CONTRAPPUNTI
Il maestro, l’altra faccia di Giorgio Caproni
di Enrico Roversi
Giorgio Caproni, uno dei più importanti poeti italiani del ‘900 su Wikipedia viene presentato così: “Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990) è stato un poeta, critico letterario, traduttore e scrittore italiano”. In tutta la pagina a lui dedicata non c’è menzione del mestiere che ha svolto per trentotto anni, quello di maestro elementare. Poco altro su questo si ritrova in rete. Nel 2023, per i tipi di Garzanti, è stato pubblicato “Giorgio Caproni registri di classe” a cura di Nina Quarenghi in cui la curatrice ha raccolto i registri compilati dal poeta nella sua lunga carriera di insegnante. Vi troviamo un Caproni veggente di sé stesso. Nell’Archivio della scuola elementare “Francesco Crispi”, nel registro scolastico del 1959-1960, classe V, sez. C possiamo leggere questa sua annotazione: “Mi sono accorto quanto poco siamo stimati noi maestri elementari, proprio grazie ai miei successi letterari. L’Europeo in prima fila s’è chiesto come mai io, nonostante tutto, faccio il maestrino di scuola. Come se fare il “maestrino di scuola” fosse un “mestieruccio”, e comunque fosse più facile che “fare” il poeta”. [1] Ma che maestro è stato Caproni? Partiamo col dire che arriva quasi per caso all’insegnamento. Non ha compiuto studi magistrali. Avviato alla carriera di compositore e violinista a diciotto anni decide di interrompere questo percorso e prende da privatista il diploma magistrale. Su suggerimento di un amico partecipa al concorso per diventare maestro, lo supera e nell’anno scolastico 1935-1936 ha il suo primo incarico nella scuola di Loco Rovegno, piccolo paese nella Val Trebbia in provincia di Genova. Qui svolge il suo incarico più volte interrotto, dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, da frequenti richiami al servizio militare. L’armistizio dell’8 settembre del ’43 lo sorprende proprio in Val Trebbia dove, rifiutandosi di aderire alla nascente Repubblica di Salò, decide di prendere parte alla lotta partigiana fino alla Liberazione. Il primo vero riconoscimento critico e successo letterario di rilievo per Caproni arriva nel secondo dopoguerra, in particolare con la pubblicazione di "Il passaggio d'Enea" nel 1956. Da quel momento e con le pubblicazioni successive inizia la sua fama che si accresce di anno in anno tranne che… nelle sue classi. Sceglie infatti di mantenere separate le due attività, quella di insegnante e quella di poeta. Lo stesso scrive: “La RAI ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’intervista di un quarto d’ora alla TV, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da “Il seme del piangere”. Potenza della radio e della TV! esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli…ammiratori: “Sono il vostro maestro, e vogliatemi bene come tale” Il resto…è letteratura! (Et tout le reste – diceva Verlaine – est litterature!)” [2] Ma quella dell’insegnamento fu per lui una scelta vissuta intensamente e per pura passione, non certo un ripiego, con gioia ed ironia. “ Ero la disperazione dei Direttori Didattici perché io, non avendo fatto le magistrali, non usavo gli orari, dall’ora tale storia, dalla talaltra geografia, aritmetica, italiano. Io per esempio spiegavo Garibaldi, ma tutt’a un tratto veniva un violento temporale, allora i ragazzini… “che cos’è?” e “che è?”…di Garibaldi non gliene fregava più nulla. Mi ricordo, entrò il direttore dicendo: “Ma lei non doveva parlare di Garibaldi?” e io dico: “Ma scusi, questi mi hanno chiesto che cosa sta succedendo e ho approfittato di tutto quest’interesse per fare lezione di meteorologia.”[3] Questo aspetto “indisciplinato” da parte di Caproni emerge spesso dai suoi registri: “Il piano di lezioni qui a fianco è puramente indicativo delle tappe da raggiungere. Va da sé che una divisione a compartimenti stagni delle varie “materie” non esiste, e che tutto va considerato globalmente, in vista soprattutto d’un armonico sviluppo della personalità, vero scopo dell’istruzione e dell’educazione.”[4] “Non ho mai vietato agli alunni, inoltre, di discutere e magari di elaborare insieme un “tema” o un “problema”, sicuro come sono che una ordinata e libera discussione vale più di cento lezioni.”[5] Di gioia ed ironia si parlava poc’anzi, entrambe vissute in classe con i suoi studenti: “Non sapevi mai se scherzava o era serio, e questa cosa era bellissima. Una mattina entra in classe e ci guarda un po’ smarrito: “Io sono un marziano. Cos’è quella roba?”. “Signor maestro è una sedia.” “Ah, Che cos’è una sedia?” “Ma… una sedia è una sedia!” “E a che cosa serve?” “Be’, a sedersi.” “Sedersi che vuol dire?” “Mettersi così. Lei si deve sedere.” “Come?” “Pieghi le ginocchia…No! Deve mettere il sedere là sopra.” Lui piegava le ginocchia e si metteva a cavalcioni della sedia al contrario. “No! Non così!” “E allora come?” Insomma, ci faceva fare degli sforzi di ragionamento, ma noi non ce ne accorgevamo, perché ci divertivamo.”[6] La sua era una scuola del “fare” e dell’esperienza diretta. Spesso portava nelle sue classi dei trenini (non è certo un caso se pensiamo all’importanza del treno e del viaggio nella sua poetica). Le rotaie venivano montate tra i banchi a disegnare figure geometriche. Venivano montate anche le stazioni e i bambini e le bambine potevano sperimentare ed esplorare direttamente, mettendole in relazione tra loro, le dimensioni di velocità, tempo e spazio. Mi viene da piangere se penso a quelli che modernamente vengono, con tronfia cattedratica, definiti “compiti di realtà”. Usava il giornalino di classe di cui costruiva una vera e propria redazione ma usava anche i quotidiani che leggeva abitualmente in classe con i suoi alunni. “La lettura del giornale in classe (che continuerò per tutto l’anno) mi ha più di una volta costretto a “uscire dai binari” indicati qui a fianco, ma di ciò mi rallegro, perché è stato sempre uscire da binari morti per imboccare vie vive. La cultura, si sa, non è a compartimenti stagni, ma un tutto che trae i propri succhi dalla realtà in movimento, anche se questa stravolge l’ordine prestabilito. Tutto sta a conservare quest’ordine nei suoi fini, indipendentemente dai mezzi o dai cosiddetti argomenti diligentemente programmati”[7] Di movimento, di energie vitali liberate agisce la didattica posta in essere da Caproni e così non stupisce questa traccia: “Ricordo che in classe non stavamo mai seduti, mai al banco, stavamo sempre in giro con lui, non esisteva un posto fisso, saremmo stati venticinque, forse ventotto, lui ci coinvolgeva di contino in qualcosa […] Per noi che venivamo da una maestra che ci legava la sinistra per farci scrivere con la destra, pensate quale cambiamento.”[8] Un maestro che non era ego centrato ma sapeva mettere il suo centro fuori da sé e lo poneva nei suoi alunni e nelle sue alunne: “Ho cercato di essere, il meno possibile, il maestro che dalla cattedra insegna, ma piuttosto il compagno che tra i banchi impara insieme con l’altro: impara scoprendo. Non son mai partito, ad esempio, dalla formula per il perimetro del rettangolo. L’ho cercata, metro alla mano, coi miei “compagni”. Ho fatto anche finta di sbagliare, sono nate delle discussioni tra alunni sul modo più sbrigativo per misurare e per determinare la formula. Alla fine, lasciandomi correggere, ho “accettato” quella trovata da loro: lato maggiore + lato minore, per 2.” [9] Quanto cozza tutto questo con il presente delle Nuove Indicazioni Nazionali dove troviamo scritti orrori del genere: “Troppo spesso si dimentica che un insegnante è magis (da cui magister) ʻdi più’…”.
Mi sono fin troppo dilungato, ma spero di aver regalato, a chi ha avuto la pazienza di leggere, uno scorcio sul panorama vastissimo del Caproni maestro che non può certo rientrare nell’esiguo spazio di un articolo. Mi auguro che qualcuno contini il viaggio di esplorazione di questa figura davvero moderna, che tanto ha da regalare al nostro misero oggi.
[1] Giorgio Caproni registri di classe a cura di Nina Quarenghi ed. Garzanti, 2023 pag. 209
[2] Giorgio Caproni registri di classe, cit. pag. 209
[3] Era così bello parlare. Conversazioni radiofoniche con Giorgio Caproni, Il Nuovo Melangolo 2004 pag. 190
[4] Giorgio Caproni registri di classe, cit. pag. 268
[5] Giorgio Caproni registri di classe, cit. pag. 268, 269
[6] Intervista a Paolo Scotti, alunno di Giorgio Caproni dal 1960 al 1963, 30 giugno 2022.
[7] Giorgio Caproni registri di classe, cit. pag. 274
[8] Giorgio Caproni a Monteverde, Municipio Roma XVI, Roma 2006, pag. 92
[9] Giorgio Caproni registri di classe, cit. pag. 239
Per chi volesse approfondire si consiglia anche la lettura di Giorgio Caproni maestro, di Piero Fossati e Marcella Bacigalupi, Il Nuovo Melangolo
