QUASI DIARIO DI UN PROF.
di Sandro Ciarlariello
Ottobre 2016. Entro per la prima volta nella mia vita in classe da docente. Davanti a me trentatrè persone tra i diciotto e i diciannove anni. Una quinta liceo scientifico di una scuola paritaria.
Non ho idea di cosa fare.
E non ne ho idea perché non ho mai pensato di lavorare a scuola. La mia vita, fino a qualche settimana prima, è stata tutt’altro. E quindi, che faccio? Seguo il consiglio della preside: pugno duro, così si tiene la classe. Questa quinta poi, mi dice lei, sono tremendi. Così entro in aula con piglio deciso e la divisa mimetica sotto la pelle.
Dura pochi giorni.
Dura poco non perché la classe non sia tremenda. Anzi. Dura poco, forse, perché quelle ragazze e quei ragazzi in fondo sono poco più giovani di me, forse un po’ possiamo capirci insomma. Con il passare dei giorni nasce qualcosa, inaspettato. È una novità, non so come reagire. Mi arrabbio per la matematica e, allo stesso tempo, si sciolgono dei nodi che avevo dimenticato fossero tenuti così stretti, vattelapesca poi per quale motivo.
Tra una verifica di matematica e una di fisica, senza che io possa immaginarlo, quelle settimane diventano piano piano un momento importante della mia vita. Imparo tante cose, tornando a scuola. Ho tolto per sempre la mimetica e mi chiedo per quale dannato motivo l’avessi indossata sin da principio senza battere ciglio.
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Ottobre 2020. Eccomi di nuovo a scuola. Questa volta nella scuola pubblica. Io sono più vecchio e loro sono più giovani: ho il biennio dell’istituto tecnico. Mi dicono i colleghi che “c’è bisogno di voti, mi raccomando”. Dopo qualche settimana di lezione preparo allora una verifica di fisica.
un disastro
Torno a casa e penso come abbia potuto ascoltare i miei colleghi: ho anche io bisogno di voti? Loro hanno forse bisogno dei miei voti? Ma chi ha bisogno di voti nella vita?
Non l’ho mai capito per davvero.
Ma questi interrogativi restano sepolti ancora un po’: qualche giorno dopo di nuovo zona rossa, distacco, distanza, difficile recuperare, faccio fatica a pensare a ciò che sta, di nuovo, accadendo.
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Settembre 2021. Nuova scuola, stavolta liceo scientifico. Quarta e quinta. Esame di Stato quindi, di nuovo. Cerco di riabituarmi, provo a inserirmi nelle logiche, mi preoccupo, temo, faccio fatica. Ho delle belle classi, sono fortunato. Faccio le verifiche di matematica, di fisica e metto voti, ma ormai senza troppa convinzione. Ne soffro e sento che devo fare qualcosa. Ma non faccio nulla. Penso, ma non agisco. Mi convinco che non ci sia niente da fare.
SI È SEMPRE FATTO COSÌ.
Forse dovrei togliermi strane idee dalla testa. Leggo dei libri che parlano di scuola, Mario Lodi, bell hooks, hanno idee interessanti. Rimugino quindi su cosa potrei fare, ma in realtà mi manca il coraggio. Sono precario, mi dico per giustificarmi. E poi la quinta non deve fare l’esame, eh?
Business as usual. Mannaggia a me.
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Dicembre 2022. Da oggi basta verifiche. L’ho detto alle classi. Ora però devo portare avanti questo progetto. La quinta liceo accoglie la novità a metà tra l’incredulità e il sollievo, ma mi conoscono e conosco l’ambiente: sento che posso permettermi adesso di tentare, posso osare. La terza liceo, nuova classe quest’anno, accoglie con curiosità e favorevolmente questa notizia.
La prima sensazione quando torno a casa è quella di essermi lanciato nel vuoto, senza peso.
L e g g e r o
Funziona così, dico: ogni settimana facciamo un’esercitazione e poi dopo un mese vi scrivo un giudizio descrittivo per valutare com’è andato il lavoro; infine mettiamo anche il voto su questo perché c’è ancora qualcunə, anche in questa scuola, che insiste nel dirmi che c’è bisogno di voti.
Le facce non sono convinte: prof, quindi alla fine sono quattro verifiche al mese?
Good point. Come spiegarlo in effetti a chi nella propria vita ha fatto sempre e solo verifiche?
Ma no, dico sfoggiando un sorriso. Le esercitazioni servono per imparare con costanza, non sono verifiche: nelle esercitazioni potete sempre sbagliare, usare gli appunti. Voglio vedere come studiate, come lavorare. Come imparate.
Alla fine di ogni esercitazione magari creiamo delle coppie tra voi per rivedere insieme gli errori così potrete fare meglio nell’esercitazione della settimana successiva. Poi vediamo alla fine del mese com’è andato il percorso e cosa abbiamo imparato.
Ancora poca convinzione nei loro volti: va bene prof, proviamo. Si fidano, meno male.
È un anno molto bello. Per la prima volta nella mia vita ho avuto una classe, la quinta, due anni di fila. Siamo andati a Berlino in gita e vissuto insieme l’Esame di Stato. È la stata la prima classe in cui ho smesso di fare ciò che dicevano i colleghi, non senza strascichi, ma sono sopravvissuto a questo secondo quadrimestre. Abbiamo provato pochi mesi la nuova metodologia, ma siamo stati bene. Con la classe ci siamo ringraziati per tutto ciò che ci siamo dati a vicenda e poi abbracciati.
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Dicembre 2023. Sono nella quarta liceo, stessa scuola dell’anno precedente. Come facciamo da ormai un anno, stiamo andando avanti con le esercitazioni settimanali, i giudizi descrittivi e i voti in itinere mese per mese. Ma a differenza dell’anno scorso, noto che c’è qualche problema e chiedo. Tutto ok, dicono, ma insisto. Faccio bene.
prof, se lei non fa la verifica io non mi sento stimolatə a studiare
se posso sbagliare nell’esercitazione, allora non ho paura di prendere quattro e studio di meno
prof lei dice di sentirsi liberi di sbagliare nelle esercitazioni, ma poi a fine mese c’è il voto
Così mi dicono, e molto altro. Non so come reagire a questa discussione piena di contraddizioni, in cui anche io mi perdo nella mia stessa ombra. Pensavo di essere sulla strada giusta in questi ultimi mesi. E invece.
Provo allora a spiegare di nuovo le ragioni che mi hanno spinto a cambiare una metodologia di lavoro che sembra granitica nelle scuole. Provo a spiegare perché comunque metto il voto a fine mese e riguardiamo insieme in base a quali criteri metto tale voto.
Più parlo e più penso: forse hanno ragione? Forse sto sbagliando tutto?
Alcune persone in classe non vogliono tornare alle verifiche: finalmente siamo più sereni alle lezioni di matematica, dicono. In generale noto che le persone con più fragilità e le persone molto brave vogliono continuare con il metodo delle esercitazioni. Il gruppo di persone, diciamo così, intermedio tra questi due estremi invece vorrebbe tornare a fare le verifiche così studia una volta sola, prende il voto e poi se ne riparla alla prossima verifica.
Torno a casa pensando seriamente di aver sbagliato tutto. Non con la classe, ma nella vita. Passo giorni, settimane di grande inquietudine. Mi chiedo cosa posso fare, dormo molto male.
Come ho potuto pensare di stravolgere senza conseguenze un meccanismo così rodato nella routine educativa della scuola? È stato molto ingenuo da parte mia. Ma forse, mi dico, neanche io sono pronto perché che senso ha fare le esercitazioni con tutte le mie intenzioni e poi comunque mettere un voto come se fosse una verifica che fa media. Forse hanno ragione loro.
Voglio togliere le verifiche per liberare l’aula, invece ho scoperto di essere in una gabbia che ho creato da solo su misura per me stesso. Parlo. Penso. Rimugino. Vado allo sportello d’ascolto della scuola. È un momento difficile per me, da quando insegno. Passo delle vacanze natalizie molto pensierose.
A gennaio dico alla classe che torneremo a fare le verifiche, non c’è soluzione. Cedo, in primis a me stesso. Ma sono sfinito dalle mie elucubrazioni quotidiane.
Peggioro solo le cose, c’è quasi un’insurrezione. Quello è il momento esatto in cui capisco che la situazione mi è sfuggita di mano. Ci prendiamo del tempo per parlare, per capirci, per ricucire. Ci riusciamo. Decidiamo allora di continuare con le esercitazioni.
Andiamo in gita, a Lisbona e stiamo bene insieme.
A giugno ci salutiamo una seconda volta (come l’anno prima). Ci rivedremo a settembre? Chissà.
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Settembre 2024. L’algoritmo delle GPS e le persone sopra di me in graduatoria decidono al mio posto: finisco in un’altra scuola. Biennio del liceo artistico.
Durante l’estate ho pensato molto a che cosa avrei fatto a settembre, a con che piglio avrei ricominciato con la classe dell’anno scorso. Ma, ehi, sono un precario, non posso prevedere il mio futuro. Supero lo shock, c’è poco tempo per riorganizzare i pensieri e mi chiedo cosa fare: continuo con la mia metodologia oppure mi adeguo alla politica della nuova scuola?
Al primo dipartimento di matematica si parla di test d’ingresso, e di come segnare gli errori sulle verifiche, di griglie, voti, medie. Mi chiedono se ho capito come funziona, visto che sono nuovo.
Mi aggiusto sulla sedia, guardo un attimo le persone che mi circondano, prendo fiato.
Dico, con voce calma, che non farò il test d’ingresso nelle mie cinque prime e che per come lavoro io non faccio alcuna verifica in itinere.
Silenzio.
…
Ci riprovo. Spiego, con calma, il sistema delle esercitazioni e di come metterei i voti.
Mi dicono che per loro va bene, dopotutto siamo all’artistico. Io respiro, ma poi subito mi chiedo perché per me fosse così importante la loro approvazione, non stavo facendo nulla di male. E poi che vuol dire siamo all’artistico? Allo scientifico non mi avrebbero permesso di farlo? E come?
Comunque sono contento. Nelle classi si fa fatica a fare matematica (ma di questo ne parliamo un’altra volta) ma la metodologia piace, quasi funziona, sicuro non apre ulteriori idiosincrasie, almeno, a molte persone che già odiano la matematica.
È un anno complesso, a tratti faticoso. Scrivo una mole incredibile (ho sei classi pienissime!) di giudizi descrittivi e continuo a mettere i voti a fine mese, come l’anno scorso.
Con le classi e si creano dei bei rapporti, in fondo ci vogliamo bene. Non so se è per il metodo di lavoro, ma forse – chissà perché - un po’ spero sia più per quello che per quello che sono come persona.
A giugno sono molto stanco, ma sento di aver lavorato quasi come volevo. C’è ancora una cosa da fare e progetto di farla il prossimo anno scolastico.
Alcunə studenti si preoccupano del fatto che sono precario. Ma forse più che paura dell’algoritmo, in loro si è solo risvegliato l’ancestrale paura delle verifiche di matematica, inevitabili qualora non tornassi. Posso dirlo? Ho paura anche io per loro, temo di non aver fatto un buon lavoro per il semplice fatto di aver lavorato in modo diverso da come hanno lavorato lə colleghə di matematica della scuola.
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Settembre 2025. Ancora l’algoritmo e ancora le persone sopra di me in graduatoria. Solo che stavolta mi hanno regalato la continuità: torno per il secondo anno di fila all’artistico e le mie cinque prime ora sono cinque seconde. Appena vedo la mail dell’USP Bologna che mi assegna la cattedra penso che è il momento di rompere ogni indugio. È un’occasione da non perdere.
Entro in classe. Conosco già tutte le persone. Ottimo, penso, sarà più facile.
Già, c’è una novità quest’anno. Una GRANDE novità.
La comunico alle classi: oltre a non fare le verifiche come l’anno scorso, quest’anno non metterò i voti durante l’anno, solo in pagella.
Le facce vanno dall’incredulo all’indifferente: in fondo già mi conoscono, sanno che non ho alcuna intenzione di creare difficoltà. A volte mi chiedo come loro mi vedano. Si trovano questo strano essere umano che non fa le verifiche e non mette voti, in un contesto in cui accade esattamente l’opposto, in cui agli scrutini lə prof si chiedono se mettere 6 quando c’è 5.6 di media aritmetica. Forse le mie classi mi prendono come un povero fuori di testa che ha bisogno di comprensione. Chissà cosa pensano, me lo chiedo ogni giorno. Forse non dovrei, non lo so.
Comunque, procediamo: senza voti quest’anno.
Decido di comunicarlo ai consigli di classe. In una riunione prendo la parola ed espongo la metodologia – che moltə già conoscono – e poi dico che non metterò voti in itinere. Mi guardano come se avessi scritto la funzione lagrangiana del bosone di Higgs alla lavagna.
Poi una collega apre la bocca lentamente e dice ma...ci stai dicendo che TU fai così, giusto?
Non è che dobbiamo farlo anche noi, vero?
Certo, certo, mi affretto a dire. E loro esplodono in un AAAHHH MA ALLORAAA, e lo dicono guardandomi con la tenerezza con cui guarderebbero un cagnolino randagio: fatti tuoi.
Meno male, penso. Meno rogne ci sono, meglio è. Mi chiedo per quale motivo sia preoccupato di fare qualcosa che è pienamente legittimo, che rientra nelle prerogative di qualsiasi insegnante e per cui neanche la preside mi ha detto nulla quando le ho comunicato la mia intenzione.
Forse sono solo un cagasotto? penso nella mia testa. Può darsi sia così. Intanto il consiglio di classe procede e io faccio mettere a verbale le mie intenzioni senza voto.
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Gennaio 2026. E così non ho messo voti durante questo quadrimestre. Abbiamo fatto le nostre esercitazioni in tutte le classi, ho scritto sul Registro Elettronico le valutazioni descrittive senza alcun voto numerico (si può fare, sì!). Per dare un voto in pagella abbiamo fatto così con le classi: ho dato loro all’inizio dell’anno una griglia di voti numerici dove, accanto a ogni voto numerico, c’è una descrizione degli obiettivi da raggiungere entro la fine del quadrimestre.
Niente medie aritmetiche, niente numeri verdi e rossi durante l’anno.
Visto che è la prima volta che sperimento il lavoro senza voti in itinere, ho cercato di chiudere le esercitazioni e le valutazioni prima di Natale; così ho comunicato, a ogni studente, la mia proposta del voto per la pagella. Così hanno avuto il tempo di pensare come recuperare o se migliorare (in base agli obiettivi da raggiungere già comunicati) entro la fine del quadrimestre (fine gennaio 2026) oppure stare bene così.
Ho comunicato queste proposte di voto in modo individuale solo a ciascuno di loro, senza dirlo alle famiglie. Le proposte di voto si basano sulle valutazioni presenti sul registro elettronico, quindi le famiglie sono state correttamente informate sugli obiettivi raggiunti e non. Volevo solo creare uno spazio tutto nostro, mio e delle classi, per la discussione del voto in pagella, da gestire ogni persona con i propri tempi e compatibilmente con il lavoro da fare nelle altre materie.
È anche successo che a qualche persona ho dovuto proporre delle insufficienze. Ma queste persone hanno avuto il tempo per recuperare gli obiettivi non raggiunti: abbiamo lavorato insieme più volte in classe con esercizi e spiegazioni indivualizzate mentre il resto della classe svolgeva altre attività assegnate. Una sorta di recupero in itinere, contraendo lo spazio-tempo del quadrimestre.
Ho fatto bene a fare in questo modo? Non lo so. Il tempo e i prossimi mesi forse me lo diranno. Magari mi verrà in mente qualche altra idea per provare a puntellare e migliorare ciò che faccio.
È stato un quadrimestre intenso. Ora mi appresto a mettere le mie proposte di voto per gli scrutini.
Questo è l’ottavo anno di insegnamento da precario e sto facendo qualcosa che forse mai avrei pensato fosse possibile poter fare: lavorare durante l’anno senza verifiche, senza voti numerici e quindi mettere i voti in pagella senza guardare alle medie artimetiche, ma soprattutto senza che studenti e famiglie guardino le medie aritmetiche.
Da adolescente non pensavo minimamente di fare l’insegnante. E sicuramente, anche se avessi pensato di fare questo lavoro, non mi sarei mai immaginato che un giorno avrei provato a farlo così.
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Oggi. Questo diario condensato della mia esperienza si ferma qui, ma naturalmente non è ancora terminato. In questi dieci anni ho cambiato tanto e mai a cuor leggero, sempre pieno di incertezze, come ho cercato di raccontare. Non è stato un percorso lineare finora e non lo sarà, immagino, anche nei suoi sviluppi futuri.
Sono ancora tanti i dubbi e tante le domande con cui mi confronto ogni giorno: come proseguirà questo anno scolastico? Come sarà se e quando cambierò scuola nel mio errare da precario? Come sarà per le mie classi il triennio dove torneranno i voti e le verifiche? Quanto senso ha provare a sperimentare in un quadro in cui il sistema già esistente è rodato da decenni?
Per me adesso l’obiettivo è tenere botta, nel tentativo di proseguire su questa strada anche per migliorare la consapevolezza nell’aula mia e dellə studenti riguardo il percorso che stiamo facendo, con tutti i pro e i contro. E sarebbe utile anche riuscire a lavorare con altrə colleghə e pensare insieme a trovare nuovi sentieri in questa strada ancora poco battuta.
Da solə qualcosa si fa, certo, ma probabilmente non basta.
Le esperienze senza voto ci sono state in passato (si pensi a “quel che può fa, quel che non può non fa” di Alberto Manzi) e anche nella storia recente (in alcune scuole si fanno e si sono fatte sperimentazioni con l’intero consiglio di classe). Sono esperienze ancora di nicchia, soprattutto alla secondaria di secondo grado, dove l’imposizione del Registro Elettronico ha trasformato sempre più il voto in uno strumento di controllo anche grazie alla continua visione gamificata dei colori rosso/verde sugli smartphone.
Il voto numerico, anche nel caso di uso più dolce e permissivo, sarà sempre una relazione d’ordine, strumento di competitività. E la media aritmetica, nel suo semplice atto di esistere, sarà sempre uno strumento di appiattimento della valutazione, ovviamente nel caso in cui venga usata dallə docente, ma anche quando non viene usata perché fissa il campo d’azione della valutazione. Non è stato facile, per me, arrivare a non mettere più voti. Se fosse stato facile lo avrei fatto subito. Ma non è stato facile non perché ci fossero delle difficoltà tecniche o burocratiche, piuttosto perché pensavo alla scuola da docente come alla scuola che avevo fatto da studente. Ma, del resto, come potevo pensarla altrimenti? Anche se non era la scuola del passato, comunque tra il 2000 e il 2005 da studente ho vissuto una scuola, tutto sommato, di carattere autoritario, con i suoi riti, verifiche, interrogazioni, quattro sul registro.
Ma la questione del voto numerico è comunque solo un esempio, la punta di un iceberg chiamato autoritarismo.
Se ti chiamano a lavorare, dal nulla, in un’istituzione che hai letteralmente sentito autoritaria, come immagini di lavorarci dentro poi? Credo sia normale, che sia un’esperienza piuttosto comune, soprattutto poi per chi, come me, è precariə.
Infatti, qual è l’idea di scuola che la scuola lascia alla fine del percorso da studente? Quando sono entrato a scuola per la prima volta da docente, ho fatto l’insegnante autoritario, non pensavo ci fosse alternativa. Ma è stata solo ingenuità o è stato anche il prodotto dell’educazione scolastica che io stesso ho ricevuto?
Smontare o decostruire questo presupposto autoritario non è semplice e non è neanche detto che le persone che finiscono a lavorare a scuola poi vogliano farlo.
Eppure tantissime persone lavorano per decostruire l’autoritarismo indotto dalla scuola su se stesse. Ma non è solo una questione personale: la scuola è un posto unico perché è il solo posto dove generazioni diverse condividono tempo, corpi, spazio.
E allora decostruire, anche e soprattutto a partire dalle prassi più tradizionali, può lasciare in eredità un’idea diversa di scuola. Magari non di tutta certo, ma almeno di uno spicchio di scuola.
Se non di uno spicchio, almeno di un granello.
Qualcosa, insomma.
