DUE O TRE COSE CHE SO DI LUI …
Resoconto un po’ cinematografico del nuovo colloquio
dell’esame di Maturità
di Susanna Caputo
Siamo nella Nouvelle Vague dell’Istruzione del primo governo di destra-destra della Repubblica Italiana e Valditara, che ne è il ministro titolare, ha deciso di cambiare quello che rappresenta il punto di arrivo del perfetto discente: l’esame al termine del percorso scolastico. Però qui apro una parentesi: cominciare dal tetto per costruire è la prassi seguita da almeno trent’anni dai vari ministri che si sono succeduti a Viale Trastevere, come se la casa la si costruisse dai comignoli in giù. Bene, quest’anno ho appena concluso il mio obbligo di servizio come commissario esterno in un “pluri titolato” liceo di una città del Nord, e chissà perché il cervellone che compone le commissioni ha deciso di mandarmi proprio lì, dopo anni di onorato servizio a esaminare sconosciuti candidati nei professionali delle province e delle periferie. Mah, forse perché sono vicina al pensionamento e questo va considerato come un anticipo “in natura” di un magro TFR che arriverà chissà quando?
Cominciamo dall’inizio. Dopo varie stagioni in cui tale traguardo era stato denominato in maniera più neutra “Esame di Stato conclusivo del Secondo Ciclo d’Istruzione”, quest’anno riprende il caro vecchio nome di Esame di Maturità. Così tutta la retorica del caso è salva: il rito di passaggio, le notti prima dell’esame, Venditti che strappa lacrime anche al più menefreghista degli studenti (sì proprio quello che veniva a scuola un giorno su tre) chiedendosi perché le segretarie sposano gli avvocati (non l’ho mai scoperto, ma sono sopravvissuta lo stesso). Maturità che i poveri commissari devono accertare perché è proprio scritto che gli dobbiamo assegnare un punteggio. Come si faccia a valutare la maturità di un/una diciannovenne che vedi per poche ore in condizioni particolari e non certo facili questo non è dato sapere. Chi scrive venne giudicata poco matura perché alla impertinente, ma dovuta, domanda sul futuro, dissi, dopo aver portato inglese e italiano (correvano ancora gli anni della maturità post-sessantotto) di voler iscrivermi a fisica. Quel ‘poco matura’ mi è costato più di qualche punto, ma la mia innata vis polemica non ne ha comunque risentito. Per la cronaca, poi a fisica mi ci sono iscritta davvero, ma questa è un’altra storia. Torniamo all’oggi, secondo le regole valditariane la maturità si giudica da come il/la candidato/a si presenta. E qui arriviamo alla vera novità.
La formula dell’orale prevista per la Maturità secondo il Governo di destra-destra è un rigido susseguirsi di quattro step, il primo dei quali è la vera novità: la presentazione, o per meglio dire l’autopromozione di sé. Il/la maturando/a ha a disposizione circa dieci minuti per raccontarsi e raccontare il suo “capolavoro” (così sono chiamate queste esperienze nell’Ordinanza Ministeriale). È il suo momento, il palco è tutto per lui/lei, il pubblico, cioè la commissione e, se lo desidera parenti e amici, non hanno orecchie per altro. La sottoscritta si aspettava di ascoltare racconti sul perché quella scuola, difficoltà incontrate (tutte superate) e soddisfazioni ricevute (molte e importanti). Si è invece trovata davanti a infervoratissime ovazioni sulla efficacia di quella scuola che ha operato su di loro cambiamenti e crescite insperate e ha fornito opportunità di ogni tipo. Consiglio vivamente di invitare i maturati ai futuri “open day” perché saranno molto più efficaci di qualunque altro espediente. Ma non è tutto, a corredo di tale racconto ci sono i resoconti di viaggi, scambi, esperienze in ogni parte del mondo, scolastiche e no, effettuate nell’arco della loro ancora breve vita. Alcuni candidati hanno un curriculum di attività e peregrinazioni che farebbero invidia ai grandi viaggiatori del passato. Periodi trascorsi nelle più prestigiose università del mondo, volontariato in Africa, scambi culturali in Australia con contatti diretti con la civiltà aborigena. Ho persino udito l’appassionato resoconto di un campo militare in Cina. Sì, avete letto bene. Mi chiedo quali saranno state le attività extrascolastiche ascoltate dalle commissioni nelle scuole sparse per la provincia, nelle periferie o negli istituti professionali. Forse anche lì hanno raccontato di viaggi, ma della speranza.
Finita questa autocelebrazione la nuova Maturità prevede il ritorno al merito, alla tradizione, alla serietà della scuola. Basta con le tesine scaricate dalla rete, con gli spunti a cui ci si doveva ispirare per organizzare in pochi minuti percorsi pluridisciplinari: quelli per cui davanti al quadro della Gioconda con un triplo salto carpiato il candidato collegava Montale al teorema di Rolle passando per la Rivoluzione Russa. Si torna al colloquio inteso come interrogazione, il commissario domanda, il candidato deve rispondere. Programma alla mano ci si succede diligentemente ad accertare la preparazione ottenuta dopo cinque anni di scuola. Quindi, si comincia con la poetica degli Ossi di Seppia, poi la temutissima commissaria di matematica chiede il teorema sulla derivabilità delle funzioni continue (Rolle, sempre lui) e quella di storia le grandi rivoluzioni del Novecento. Niente di nuovo sul fronte della Maturità. Però non si può dire che il merito non sia salvaguardato, l’interrogazione deve essere rigorosa. Peccato che verta solo su quattro discipline, che se il candidato fa collegamenti con le altre studiate, ma non presenti, possano essere prese in considerazione solo se pertinenti ed esatti. Vale a dire che se nella rosa ristretta fisica non c’è e il discente afferma che due cariche positive si attraggono, si fa finta di non sentire, se invece c’è allora sono guai. Vai a spiegare l’anno prossimo che tutte le materie hanno la stessa dignità e importanza, da gennaio in poi conteranno solo le quattro prescelte. Le altre un insipido contorno.
E si arriva così alla terza fase: la presentazione dei percorsi di FSL, Formazione Scuola Lavoro (anche qui cambi continui di nomi e sigle, ex PCTO, ex alternanza scuola-lavoro, es stage aziendali) che ogni anno sacrificano alla didattica un cospicuo monte ore per far avvicinare gli studenti al mondo del lavoro. Ma l’Avviamento non era stato abolito più di mezzo secolo fa? Il buon senso non dice che prima ci si forma poi si diventa, diciamo, operativi? Tra l’altro vorrei ricordare che sono già tre gli studenti morti durante questa formazione (fatto che non deve sorprendere in un paese con un morto sul lavoro quasi giornaliero). E anche qui è un fiorire di slide, presentazioni, foto che spaziano dall’alfa all’omega. Si passa da “Medico per una settimana” (non è un reality) allo stage linguistico in Francia e così via. Ma so di percorsi svolti a sgobbare gratis in piccole aziende o a fare fotocopie in qualche ufficio pubblico. E anche a questo dobbiamo dare un voto. Su cosa? Praticamente sull’entusiasmo con cui ci viene raccontato.
Coraggio, siamo quasi alla fine. Manca solo l’ultimo passaggio. Il più facile, il più innocuo: la visione degli scritti. Questo è il vero evergreen dell’esame, resiste a ogni riforma come il monolite di “Odissea nello spazio”. È il momento in cui tutti si rilassano. Il candidato perché sa che ha finito di sudare, la commissione perché quel colloquio è finito e si può tirare una riga sulla lista del giorno. Si fa vedere la prova, lo studente finge di essere interessato al perché ha preso quella votazione: in realtà lo sa già perché su internet ha già confrontato tutte le possibili soluzioni. Tutto rapido, indolore, inutile. A questo punto la domanda di rito, quella che mi fregò: e adesso? Ma i ragazzi e le ragazze di oggi sono meno ingenui/e della sottoscritta. La risposta è: si va in vacanza!
