L'EDUCAZIONE AI CONFLITTI AMBIENTALI
di Matteo Vescovi
Certo la cronaca ci dà molti spunti per provare a spiegare perché sembra così difficile anche solo dare conto della reale portata della crisi ecologica. È di questi giorni, infatti, la dichiarazione di Donald Trump alle Nazioni Unite, secondo cui il riscaldamento globale sarebbe la più grande truffa del secolo. D’altronde, il negazionismo è al governo in molti dei paesi occidentali responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di CO2. E il nostro governo non fa eccezione, se consideriamo che la vicinanza ai negazionisti del clima è segnalata anche dal ruolo che una delle figure più rilevanti in questo ambito svolge nell'attuale governo. Mi riferisco a Alberto Prestininzi, professore di Geologia applicata, tra i primi firmatari nel 2019 dell’appello “There is no climate Emergency” e oggi responsabile dei progetti esecutivi per il ponte sullo stretto di Messina.
Non deve stupire, quindi, che le Nuove Indicazioni Nazionali per il Curriculum (NIN) risentano di questa ostilità verso gli obiettivi della transizione ecologica. Il tema ambientale, infatti, presente fin dalle prime pagine del documento, scivola rapidamente da un generico afflato per la “cura del pianeta” verso una dimensione tecnocratica e sviluppista che raramente era stata raggiunta. Leggiamo:
“La cura delle relazioni nei microcosmi delle aule non può dissociarsi dalla cura del pianeta Terra. E ogni persona, nel suo piccolo, tiene nelle sue mani una parte della responsabilità nei confronti del futuro del nostro pianeta. L'esaurimento delle risorse naturali richiede di trovare un nuovo equilibrio tra sviluppo e conservazione. Come già sottolineato dalle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, è fondamentale comunque educare i giovani ai concetti di sviluppo e di crescita.” (p.9)
Questo è tutto lo spazio dedicato nelle NIN alla descrizione della crisi ecologica planetaria, dopodiché, con poco senso della coerenza, si passa a disquisire sulle potenzialità e i rischi della tecnologia, in particolare della famigerata Intelligenza Artificiale (IA).
In ogni caso, per quanto condensata e espressa in modo assai poco coerente, la linea argomentativa delle NIN sull’ambiente è facilmente ricostruibile. Secondo gli estensori del testo, il problema va affrontato innanzitutto nella dimensione micro, in modo da ridurre tutto ad una questione di responsabilità sui propri comportamenti individuali, mentre gli equilibri sociali e i modi di produzione non vanno messi in discussione, perché la conservazione della natura non deve intaccare le esigenze di sviluppo economico. Per questo, se si decide di affrontare il tema ambientale dal punto di vista dei modi di produzione lo si dovrebbe fare per ribadire che la crescita economica è un valore indiscutibile e che, pertanto, sarà solo attraverso di essa e grazie all’innovazione tecnologica che troveremo le soluzioni ai problemi ambientali che stiamo vivendo. Su quest’ultimo punto, poi, in modo contraddittorio, la fiducia degli autori sembra incrinarsi quando saltano a parlare della minaccia dell’IA.
In linea di massima questo tipo di costruzione retorica può essere ricondotto ad alcune strategie tipiche del negazionismo, per come sono state descritte dagli storici Oreskes e Conway nel saggio “Mercanti di dubbi”[1]. Si tratta, infatti, di spostare le responsabilità dai grandi interessi economici ai piccoli comportamenti quotidiani e proporre ragionamenti fallaci che promuovano false soluzioni. A dire il vero, si potrebbe osservare che alcune di queste strategie sono entrate così tanto nel nostro modo di guardare ai problemi ambientali da trovare ampia diffusione anche al di là dei confini della destra reazionaria. In ogni caso, con questo documento l’asticella del negazionismo viene portata ad un livello più alto, dato che si tratta della seconda volta[2] in cui questo governo propone tra gli obiettivi fondamentali dell’educazione quello di predicare la fede nella crescita economica. Vediamo, allora, rapidamente cosa significa questa fede e perché è da considera una delle forme più radicali di negazionismo.
Basterebbe forse dire che pensare di poter realizzare una crescita esponenziale infinita all’interno di un pianeta limitato sia una forma di pensiero magico. In ogni caso, questa contraddizione è stata descritta in modo molto dettagliato a partire quantomeno dal 1972 quando venne pubblicato il primo rapporto sui limiti della crescita (in Italia tradotto come “Limiti dello sviluppo”)[3]. Più recentemente il paradigma della “Grande accelerazione”[4] ha definito questa crescita nei suoi diversi aspetti sociali e ambientali, dando evidenza storica al deflagrare della crisi ecologica. Infatti, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento tutti gli indicatori di estrazione delle materie prime e quelli dell’impatto delle attività umane presentano un andamento a crescita esponenziale. Sono gli anni in cui crescita e sviluppo diventano le parole chiave del nuovo ordine mondiale, guidato dagli USA. È questa crescita che ha prodotto l’esplosione della crisi ecologica già nel decennio successivo. Ed è quella crescita all’origine della nascita di movimenti ambientali in Europa e USA che lottavano contro la nocività delle produzioni industriali, spesso combinando ai temi della salute e dell’ecologia, istanze sociali e rivendicazioni sindacali più generali.[5] Tutti gli sforzi che sono seguiti da parte di governi e imprese sono andati nella direzione di negare il problema fino a quando è stato possibile e poi spostarlo in altri continenti, o in zone di sacrificio in cui vivono persone le cui vite vengono considerate di minor valore.
La crescita, quindi, continua a provocare l’aumento degli impatti sugli equilibri biogeochimici del pianeta e i tentativi di promuovere una crescita “Green”, come quelli di separarla dall’aumento delle emissioni di CO2 sono stati smentiti dai fatti. [6] Per questo la nostra tesi è che la soluzione ai problemi della crisi ecologica passerà per la decrescita delle economie a capitalismo avanzato (tra le quali dobbiamo considerare oggi anche i BRICS).
In effetti, è impensabile che questa crescita esponenziale continui all’infinito, dato che l’economia non è svincolata dai limiti del pianeta. Come già argomentato nel rapporto del 1972, la crescita finirà prima o poi, in un modo o nell’altro. Le risorse si esauriranno e i pozzi in cui scarichiamo i nostri scarti si stanno riempiendo. Sorgenti e pozzi tendono a coincidere perché tutto è connesso e ogni cosa deve finire da qualche parte. Per questo, ad esempio, non solo si creano isole di plastica nell’oceano, ma troviamo queste plastiche anche nel nostro sangue. Non si tratta solo dei cambiamenti climatici, ma di tutti gli equilibri del pianeta. In particolare, come ci suggerisce il modello dei “limiti planetari”, oltre all’aumento della temperatura terrestre, le dimensioni più a rischio oggi sono la perdita di biodiversità e l’introduzione di nuove molecole inquinanti, insieme allo squilibrio dei cicli del fosforo e dell’azoto.[7]
Veniamo ora al tema della responsabilità. Chi dobbiamo incolpare di tutto questo disastro? Siamo noi in quanto genere umano che l’abbiamo causato? Di primo acchitto, saremmo tentati di rispondere sì. È l’era dell’Antropocene, cioè l’epoca in cui l’umanità in generale è diventata una forza geologica. In effetti, non c’è dubbio che siamo noi a prendere la macchina per andare al supermercato a comprare tanta bella roba impacchettata, oppure per andare al lavoro e spingere avanti questa catena che produce emissioni di vario tipo. Siamo noi, quindi, quella forza che trasforma il pianeta. Ma dobbiamo anche ammettere che questa descrizione e questo “noi” riguarda innanzitutto una parte limitata del mondo. Non riguarda per esempio tante popolazioni povere del sud del mondo, né i popoli indigeni. E non riguarda tanti e tante che vivono nelle nostre società senza potersi permettere quello stile di vita. È stato calcolato, infatti, che il 10% più ricco del mondo emette il 50% della CO2 ogni anni e che il 50% più povero è responsabile dell’1% delle emissioni (e questa distribuzione rimane valida anche all’interno dei singoli paesi).[8]
Per di più, le stesse popolazioni meno responsabili delle emissioni di CO2 e dell’inquinamento sono anche quelle che subiscono maggiormente gli effetti del cambiamento climatico, in quanto più esposte e meno protette, e i veri e propri assalti ecologici prodotti dalle produzioni inquinanti e dalla gestione dei rifiuti. Tutti aspetti che appartengono allo sfruttamento coloniale e capitalista del mondo.
Basti pensare che il 70% delle emissioni di CO2 dal 1988 ad oggi è stato prodotto da 100 compagnie del fossile che per lo più hanno sede nei paesi del Nord globale e che finanziano le campagne negazioniste. L’idolo della crescita, infatti, è un modo attraverso il quale il dominio capitalistico sul mondo si nasconde dietro la promessa di benessere per tutti. Promessa che non può essere mantenuta pensando di scaricare gratuitamente i costi sulla natura. Infatti, non solo l’accelerazione continua dei processi di estrazione, produzione e scarto produce danni ambientali che coinvolgono numeri crescenti di popolazione, ma essendo l’umanità parte della rete della vita non può che subire le stesse minacce che impone agli ecosistemi che va distruggendo. Sarebbe, quindi, più corretto dire che la crisi ecologica non è generata dall’umanità in quanto tale, ma da un ordine sociale guidato da una minoranza che impone il suo dominio sul pianeta. In altre parole, questa crisi non è antropogenica, ma piuttosto capitalogenica, nel senso che è generata dalle logiche interne del capitalismo. [9]
Veniamo al modo in cui gli obiettivi dell’educazione ambientale vengono declinati nelle Indicazioni nazionali. A parte le conoscenze sul tema che riguardano le aree disciplinari di geografia e scienze, per quanto riguarda gli obiettivi generali dei profili in uscita degli studenti del primo ciclo e della secondaria di primo grado, l’ambiente è presente solo nei termini che legano il rispetto della natura ai comportamenti individuali.
“Profilo dello studente nel primo ciclo di istruzione; Competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare: Avere cura e rispetto di sé, degli altri, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente come presupposto di uno stile di vita sano e corretto.” (NIN, p. 13)
“Competenza in materia di cittadinanza: Assumere atteggiamenti rispettosi dell’ambiente e dei beni comuni sulla base dei principi di sostenibilità e salvaguardia.” (Ibidem)
“Obiettivi generali al termine della scuola secondaria di primo grado; Competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare: 5. Adottare comportamenti rispettosi verso l'ambiente: comprendere l'importanza del rispetto per la natura e mettere in pratica comportamenti proattivi per la sua tutela nel proprio contesto quotidiano.” (NIN p. 17)
Sui limiti di questo approccio “micro” abbiamo già detto, aggiungiamo che nel testo delle NIN l’espressione “rispetto dell’ambiente” risuona in modo cupo con altri passaggi del documento, in cui si insiste sulla necessità di insegnare ai bambini e alle bambine il rispetto reverenziale verso gli adulti a fronte della minaccia rappresentata dai loro comportamenti: “Danneggiare una scuola, sporcarne le pareti, distruggerne gli arredi, offendere un insegnante, non sono solo azioni eticamente riprovevoli, da condannare e stigmatizzare anche con la richiesta di risponderne da parte delle famiglie, ma sono i segni preoccupanti di un cedimento valoriale del rispetto.” (p.7)
C’è un evidente tentativo, sulla falsa riga di altri provvedimenti quali quelli sulla valutazione della condotta, di ammiccare alle frustrazioni degli insegnanti proponendo un ritorno all’ordine che a costo zero promette di restaurare l’autorità del docente. Il rispetto dell’ambiente, quindi, fa il paio con il rispetto delle aule che non vanno scribacchiate o con il rispetto degli insegnanti a cui si deve “la massima reverenza”. Come si vede, quindi, l’ambientalismo inteso in questo modo non solo non mette in discussione nessuno degli squilibri su cui si fonda la nostra società capitalistica, ma si sposa perfettamente con il ritorno dell’autoritarismo. Questo legame tra autoritarismo e pseudo-ambientalismo non va sottovalutato perché prelude ad una possibile declinazione dei temi della crisi ecologica a favore di un discorso apertamente ecofascista [10].
Se vogliamo, invece, recuperare alla parola “rispetto” il suo significato migliore, quello universale e antiautoritario, dobbiamo allora pensare a quelle nature umane e non-umane che vengono svalutate per poter scaricare su di loro i costi ambientali della crescita capitalistica. In questa analisi ci può aiutare la riflessione eco-femminista che ha mostrato come nei confronti di ciò che definiamo Natura vigono gli stessi meccanismi di svalorizzazione che ricadono sulle donne e che sono finalizzati allo sfruttamento del lavoro di cura femminile.[11] Gli ecosistemi, infatti, compiono un lavoro costante di riproduzione delle condizioni della vita, ma il valore di questo sforzo non viene davvero considerato, in particolare nei luoghi del mondo in cui vigono delle relazioni coloniali. Estrarre beni e scaricare rifiuti al ritmo necessario per mantenere attivi i meccanismi della crescita capitalistica è possibile solo perché esistono delle relazioni di potere che rendono l’esistenza di alcuni esseri umani e non-umani prive di valore intrinseco, quindi sfruttabili fino all’esaurimento. Le relazioni di scarto, cioè quei meccanismi sociali e culturali che rendono alcune comunità sacrificabili, precedono la produzione dei rifiuti veri e propri. Basti pensare appunto alla storia della collocazione nel nostro paese delle industrie più inquinanti, o delle discariche.
A queste relazioni di scarto, poi, corrispondono anche delle storie scartate, le narrazioni delle lotte portate avanti da quelle popolazioni che subiscono l’espropriazione delle condizioni di esistenza, ma il cui punto di vista è sempre sacrificato nelle narrazioni dominanti in nome del progresso.[12] Avere rispetto per l’ambiente, in questo senso, significa recuperare le storie di quelle comunità e rimetterle al centro delle nostre lezioni (il Vajont, Seveso, la Solvay, Mitemi, l’ILVA, i Notav, tanto per fare qualche nome).
Infine, c’è il tema del territorio. Altra parola inevitabilmente legata all’educazione ambientale, ma declinata nelle NIN nel significato economico del termine. Quando nei documenti ministeriali si parla, infatti, dell’importanza del territorio, troppo spesso ci si riferisce ai soggetti economici e politici più influenti, oppure alle possibilità di valorizzazione economica. Questi significati sembrano essere intesi anche negli obiettivi delle NIN:
Obiettivi generali al termine della scuola secondaria di primo grado; Comprendere e valorizzare l'ambiente e il territorio: riconoscere il valore dell’ambiente e le risorse del territorio in cui si vive, sviluppando un senso di appartenenza e la volontà di contribuire alla loro tutela e valorizzazione. (p.17)
Per avvicinare la scuola al mondo in cui vivono i nostri alunni e alunne, dovremmo, invece, cercare di ridare valore al contesto in cui le scuole sono collocate. Guardarsi intorno per far emergere i problemi della sostenibilità ambientale a partire dalle esperienze quotidiane, ma non per ridurre il problema alla responsabilità del singolo. Al contrario, possiamo pensare al territorio come a un luogo abitato da una molteplicità di esseri umani e non-umani che reclamano i loro diritti a vivere e prosperare. Inoltre, ogni territorio è segnato dallo sfruttamento capitalistico e intriso delle contraddizioni sociali ed ecologiche a cui abbiamo accennato. La responsabilità sui destini degli esseri che vi abitano non può che essere comune e, quindi, politica nel senso più alto. L’educazione ambientale, messa in connessione con il territorio in cui la comunità scolastica vive, può diventare educazione ai conflitti ambientali, spingendoci ad uscire dal confine delle nostre classi per abbracciare le esigenze di una collettività più ampia e ibrida, verso forme di attivismo tutte da inventare nella scuola del XXI secolo.
[1] E.M. Conway, N. Oreskes, Mercanti di dubbi, Edizioni Ambiente 2014
[2] La prima appunto nelle nuove linee guida per l’educazione civica del 2024
[3] L’ultima edizione D. Meadows, D. Meadows, J. Randers, I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori 2006
[4] J.R. McNeill, La grande accelerazione, Einaudi 2018
[5] P.- Imperatore, E. Leonardi, L’era della giustizia climatica, prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso, Orthotes 2023
[6] Il mito della crescita verde, https://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/2021/03/IL-MITO-DELLA-CRESCITA-VERDE-OK.pdf
[7] Planetary boundaries, https://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries.html
[8] OXFAM, Confronting carbon inequality, 2020, https://policy-practice.oxfam.org/resources/confronting-carbon-inequality-putting-climate-justice-at-the-heart-of-the-covid-621052/
[9] J. Moore, Antropocene o Capitalocene, Ombre corte 2017
[10] Francesca Santolini, Ecofascisti, estrema destra e ambiente, Einaudi 2024
[11] S. Barca, Forze di riproduzione, per una ecologia politica femminista, Edizioni Ambiente 2024
[12] M. Armiero, L’era degli scarti, cronache dal wasteocene, la discarica globale, Einaudi, Torino 2021
