IL "GENIALE" PIANO DEL MIM:

chi è di ruolo lavora di più, chi è precario non lavora più e gli stipendi non crescono mai.

di Coordinamento Precariə Scuola Bologna

 

La fine di giugno segna l’arrivo dell’estate, delle cicale e delle zanzare.

Per noi docenti precariə la fine di giugno segna solo una cosa: l’arrivo della disoccupazione. Il contratto è scaduto o in scadenza e il futuro giace nell’incertezza, la dialettica si sposta ora verso il sito dell’INPS e tende alla NASpI, il sussidio di disoccupazione necessario per pagare affitto e bollette. Proviamo a distrarci ovviamente, ma non c’è niente da fare: luglio e agosto per noi precariə sono i mesi dell’ansia. La domanda classica è: che cosa accadrà a settembre? Eh, boh. Quello che accade dal 2020 in poi è che la procedura per le assegnazioni delle supplenze si è informatizzata. A fine agosto e inizio settembre gli uffici scolastici provinciali pubblicano gli elenchi delle nomine dopo aver fatto girare un “algoritmo” che assegna le supplenze in base alle disponibilità e alle preferenze espresse a fine luglio.

Già, fine luglio. Ormai è usanza consolidata aprire la domanda per la presentazione delle preferenze dellə aspiranti supplenti nella seconda metà di luglio, nel cuore dell’estate. Eppure la procedura è informatizzata: perché una procedura presumibilmente meccanica deve essere espletata più di un mese prima dell’effettivo avvio dell’algoritmo? Tempi tecnici. Ah, ma l’automazione non doveva migliorare le nostre vite? Beh, quelle di chi è precariə no, sicuramente no.

In tutto questo, quando a fine luglio inoltriamo la domanda con le nostre preferenze, lo facciamo al buio: non conosciamo la disponibilità delle cattedre per le supplenze. Queste disponibilità infatti dipendono dagli esiti delle assegnazioni provvisorie, cioè quellə docenti già di ruolo che hanno bisogno di spostarsi temporeanemente.

Perché dobbiamo inserire le nostre preferenze senza sapere quali sono le scuole in cui potremmo lavorare? Dov’è il vantaggio della procedura informatizzata per noi precariə?

La sola idea secondo cui dobbiamo dare la nostra disponibilità per le supplenze senza sapere quali siano i posti effettivi è una forzatura psicologica sulla nostra già delicata fragilità lavorativa. Nel momento in cui siamo espostə alla vulnerabilità maggiore (in estate, mentre siamo costrettə a prendere un sussidio di disoccupazione pur venendo chiamatə ogni anno a lavorare) dobbiamo anche accettare l’umiliazione (perché di questo si tratta) di compilare una domanda come tappabuchi istituzionali della scuola pubblica.

Eppure siamo unə docente su quattro a fare da tappabuchi.

Il precariato è ineliminabile, com'è ovvio. Ci saranno sempre permessi per aspettative, malattie, maternità, dottorati, ragioni familiari, part-time. Per chi è precariə della scuola ricevere un contratto a settembre vuol dire avere continuità innanzitutto stipendiale, ma anche lavorativa per il punteggio di servizio per quanto riguarda una futura immissione in ruolo e, guardando molto al futuro, una potenziale pensione. Anche ottenere a supplenza una cattedra annuale di nove o dieci ore, magari residuo di un part-time, può essere importante nella vita di una persona o di una famiglia.

Ma i piani del ministero dell’istruzione (e del merito) sono molto diversi. La logica di chi ci governa è unicamente quella del risparmio sulla pelle di chi è già disoccupatə.

Nell’ordinanza ministeriale n. 27 del 16 febbraio 2026, quella che disciplina l’assegnazione delle supplenze per il biennio 2026-2028, ci sono diversi segni di questa perversa logica.

 

Per esempio, il comma 3 dell’articolo 2 inizia con un inequivocabile “Al fine di ridurre il numero dei contratti a tempo determinato su spezzone orario”. Abbastanza esplicito.

Ed è inutile la continuazione “[…] e, al contempo, incrementare l’entità oraria delle supplenze” perché abbiamo già chiarito ovvia importanza del lavorare tuttə. Ma sospendiamo un attimo il giudizio: che cosa ha in mente il ministero? Vuole fare in modo che “tutte le disponibilità orarie [...] che non costituiscono posto intero o cattedra [siano] aggregate tra loro a livello territoriale per formare posti-orario; [...] è privilegiata la formazione di posti interi e cattedre o, comunque, di aggregazioni con la maggior entità oraria possibile”.

Quindi ci saranno accorpamenti di cattedre non intere (cioè meno di 18 ore) per avere meno supplenze disponibili. E ci saranno anche cattedre che, in questo modo, si formeranno su più scuole, costringendo chi è precariə a spostamenti continui e incessanti per tappare i buchi del ministero dell’istruzione (e del merito). Insomma, si risparmia sulla già martoriata pelle di chi è precariə.

Questo piano di risparmio è ulteriormente incentivato: in questi giorni le scuole stanno chiedendo alle persone già di ruolo con cattedra intera se vogliono prendere delle ore aggiuntive tra quelle nella disponibilità della scuola. Infatti in generale chi ha 18 ore può arrivare fino a un massimo di 24 ore settimanali. La richiesta deve essere fatta entro metà luglio, guarda caso proprio in prossimità dell'inizio dell’inoltro delle preferenze per le supplenze, giusto per non farci mancare neanche questa pressione psicologica. Più richieste ci saranno in questo senso, ovviamente meno disponibilità residue ci saranno per le cattedre dellə precariə.

Quindi ci saranno meno supplenze, ovvero più persone disoccupatə.

Con questa richiesta il ministero gioca su un doppio livello davvero subdolo: da un lato precarizza ulteriormente la già precaria e ansiosa vita di noi precariə; dall’altro lavora ai fianchi di chi ha già un contratto a tempo indeterminato, con una richiesta esplicita di disponibilità a lavorare di più. Questa richiesta - lo capiamo benissimo anche noi - è molto invitante perché a causa del salario docente tra i più bassi d'Europa e dell'erosione continua dello stipendio reale dovuta all'inflazione, chi è di ruolo può trovare nell'assegnazione di ore aggiuntive una risorsa per arrivare a fine mese e arrotondare.  Ma questa è una falsa soluzione perché alla fine tocca lavorare di più e lo stipendio resta sempre tra i più bassi d'Europa.

Con queste regole, nessunə vince il gioco: perdiamo tuttə. Accettare ore aggiuntive è un danno per noi precariə, a persone che fanno lo stesso lavoro ma con molti meno diritti sociali (disoccupazione, permessi di malattie, ferie, contributi pensionistici, scatti di anzianità). Il ministero non ha alcuna intenzione di investire sul lavoro dellə docenti e assicurare la qualità dell’educazione: invece di assumere più docenti e diminuire il numero di alunnə per classe, fa esattamente il contrario e decide di risparmiare il più possibile. Per fare ciò, senza alcun pudore, taglia le cattedre di chi è precariə e crea le condizioni per dividere ancora di più la nostra categoria. Questa frammentazione, utile a mantenere l’oppressione e la precarizzazione a cui tutta la categoria docente è sottoposta, purtroppo genera solo risposte circoscritte ai propri interessi individuali.

Ma noi siamo invece d'accordo con Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano per i diritti umani e la democrazia, quando scrive che: “se l’unica cosa che ci unisce è una minaccia comune, allora ogni persona o gruppo si muoverà per difendere i propri interessi. Ma se ci incontriamo nella speranza di costruire un futuro migliore, un futuro in cui porre fine a tutte le forme di disuguaglianza, questa consapevolezza si trasformerà in energia positiva.”

 

In un quadro così desolante per ogni docente, l’unico appello possibile è quello alla solidarietà, al senso di comunità. L’appello che facciamo allə nostre colleghə a tempo indeterminato è di non richiedere alcuna ora aggiuntiva per il prossimo anno scolastico: rispediamo al mittente la guerra tra poverə offerta dal ministero e ritroviamoci insieme per lottare per un lavoro a scuola con meno disuguaglianze, più diritti e stipendi più alti per tuttə.