LA SCUOLA

IN CAMICIA NERA

di Edoardo Recchi

 

Nel 2025 la casa editrice Ombre Corte ha ripubblicato, a poco più di quindici anni dalla prima edizione, La scuola fascista. Istituzioni, parole d’ordine e luoghi dell’immaginario, un testo a cura di Gianluca Gabrielli e Davide Montino che, attraverso una struttura per voci, mette in ordine e descrive le principali caratteristiche della scuola del regime, le aspettative che lo stesso vi riversò e l’articolato rapporto con le altre istituzioni educative create nel corso del ventennio allo scopo di formare le nuove generazioni.

Davvero una buona notizia, non solo per gli/le insegnanti, che possono tornare ad usufruire di uno strumento non più reperibile da tempo, in grado di fornire un ampio repertorio di spunti e materiali per affrontare la storia del fascismo in classe, ma per chiunque nutra qualche perplessità di fronte alle rappresentazioni minimizzatrici e consolatorie, soprattutto in un periodo come quello attuale in cui si assiste al riemergere di retoriche nazionaliste e identitarie.

Tra i principali obiettivi degli autori, infatti, vi è senz’altro quello di posizionarsi all’interno del dibattito sulla reale efficacia che la scuola ebbe come strumento privilegiato per la costruzione dell’uomo nuovo. In un contesto in cui buona parte della storiografia e della memorialistica sembrano indirizzate ancora oggi a mettere in evidenza i limiti della politica scolastica del fascismo nel trasmettere ai/alle giovani la propria ideologia, questo lavoro ne sottolinea invece il carattere totalizzante, a partire dallo studio di quella che Augustín Escolano Benito ha definito cultura materiale della scuola. Parliamo dell’insieme degli oggetti e degli spazi fisici che costituiscono la vita scolastica: libri, quaderni, pagelle, ma anche aule, muri, arredi. Fonti importanti ma poco utilizzate fino a qualche decennio fa, che ci permettono di entrare in contatto con un «apparato propagandistico-educativo» imponente e articolato che forse non avrà ottenuto ovunque i risultati attesi, ma non può certo essere considerato «poco più di una messa in scena, una sorta di gioco senza effetti» sulla mentalità e sulle attitudini di chi ne fu destinatario, anche nel lungo periodo. Che dire poi del ruolo giocato dagli/dalle insegnanti, in primis nella scuola elementare? Se risulta assai difficile misurarne l’adesione più o meno esplicita e convinta alla dittatura, «tuttavia è indubbio che […] abbiano rappresentato un elemento importante di trasmissione – anche quando si sono limitati a celebrare i riti dovuti e ad utilizzare i consueti materiali didattici – dell’ideologia fascista. Soprattutto nei piccoli centri di campagna, essi erano tra le poche voci dello Stato e dello spazio pubblico […], mediavano il linguaggio del potere, accompagnavano i bambini alle adunate, aiutavano i genitori alle prese con le pratiche civili». Considerazioni da non sottovalutare, specialmente per riconoscere e comprendere appieno i non pochi elementi di continuità che caratterizzano, almeno all’inizio, lo sviluppo della scuola repubblicana.

Ma la caratteristica più importante di questo lavoro è forse proprio lo sguardo rivolto alla scuola di oggi e a chi vi insegna. Nato a seguito di un convegno nazionale di aggiornamento per docenti organizzato dal CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) in collaborazione con il LANDIS (Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia) e tenutosi a Bologna nel 2005, esso mira innanzitutto a mettere in contatto ricerca accademica e pratica didattica, gli sviluppi della storiografia più recente con il lavoro in classe, in un rapporto di stimolo reciproco. Intento non banale se consideriamo la difficoltà che da sempre contraddistingue il dialogo e lo scambio tra i due ambiti. Fondamentale in questo senso il contributo di Davide Montino, prematuramente scomparso nel 2010, poco dopo l’uscita del volume, autore di ben diciassette della trentotto voci che lo compongono. Come ricorda Gianluca Gabrielli nella prefazione che introduce la nuova edizione, la disponibilità a condividere le sue competenze di studioso e l’interesse a relazionarsi con gli/le insegnanti, nella convinzione di poterne trarre «quelle sensibilità e quelle conoscenze di vita scolastica che gli servivano a comprendere e interpretare al meglio le fonti di storia dell’educazione», fecero di lui il «vero motore» dell’iniziativa.

 

Ed è proprio con questo tipo di approccio che entrambi i curatori, nel 2009, dichiaravano di pensare al loro lavoro «come a un possibile “suggeritore” di percorsi di ricerca, stimolati dalle suggestioni e dalle riflessioni che qui proponiamo, e che speriamo si trasformino in ulteriori stimoli e occasioni di confronto». Purtroppo in questi quindici anni non sono stati/e in molti/e ad aver raccolto l’invito, vuoi per i problemi di comunicazione cui si accennava in precedenza, vuoi per lo scarso spazio dedicato al tema della scuola negli studi di storia contemporanea. Questa ristampa non può che rilanciarlo, nella speranza che abbia maggiore fortuna di allora. Chissà, magari la recente approvazione delle Nuove indicazioni nazionali per il curricolo fornirà lo stimolo decisivo.