LA VESPA ICNEUMONIDE E IL BRUCO/SCUOLA

di Enrico Roversi 

 

“Riconosco che non posso vedere, così come altri le vedono, le prove di un disegno e di una benevolenza divina verso di noi. Mi pare che nel mondo ci sia troppa sofferenza. Non riesco a persuadermi che un Dio benefico e onnipotente abbia volutamente creato gli Icneumonidi con l’espressa intenzione che essi si nutrano entro il corpo vivente dei bruchi”. Così scriveva Charles Darwin in una lettera destinata al botanico statunitense Asa Grey nel 1860.

Ma chi sono gli Icneumonidi? E’ un tipo particolare di vespa dalle dimensioni ridottissime la cui femmina adotta questo stratagemma per la riproduzione. Col suo pungiglione che funge da ovopositore depone il proprio uovo all’interno di insetti invertebrati (di preferenza bruchi). Prima però la madre icneumonide inietta una tossina che paralizza la vittima. Quando l’uovo è maturo ne esce una larva che inizia a cibarsi dell’insetto stesso. Di parassiti è pieno il mondo che c’è di strano?  Lo strano è che la preda è, e rimane, viva. Il bruco inerme si contorce e la larva affonda le mandibole nelle carni dell’ospite e inizia l’orrendo banchetto. Poiché un bruco morto e in putrefazione non sarebbe di nessuna utilità, la larva inizia a mangiare dapprima i depositi di grasso e gli organi della digestione, lasciando intatti il cuore e il sistema nervoso centrale della vittima, che quindi rimane in vita. Infine completa il suo pasto uccidendo l’ospite mangiandone cuore e cervello. Avete presente quelli che mangiano la pizza tutta intorno serbando il centro per ultimo? Ecco, più o meno. Per il bruco non c’è nessuna possibilità di salvezza.

E’ successo e sta succedendo questo alla scuola italiana? E se sì, da quando?

Tento di sintetizzare trent’anni di lenta distruzione della scuola pubblica in un racconto allegorico/distopico che lascerò aperto alla sensibilità di chi legge e finito il quale non proporrò nessuna chiusa.

 

LA VESPA ICNEUMONIDE E IL BRUCO/SCUOLA

 

Il bruco abitava da decenni il grande albero della Repubblica. Era un corpo lungo e segmentato, composto di aule, corridoi, palestre, biblioteche. Ogni anello era un’età, ogni setola un nome scritto sul registro. Si muoveva lentamente ma con una direzione: avanzava verso una metamorfosi promessa, una farfalla fatta di cittadini consapevoli.

Non era un bruco elegante. A volte era goffo, spesso appesantito da regolamenti e lentezze. Ma era vivo. Dentro il torace batteva un cuore collettivo, alimentato da collegi docenti, consigli di classe, assemblee rumorose. Nel capo, un cervello vivo che intrecciava storia, matematica, poesia e conflitto. La politica lo osservava da tempo.

 

Il 15 marzo 1997, nei palazzi del Parlamento Italiano, le voci si fecero solenni. Si parlava di modernizzazione, di responsabilità, di efficienza. Quando venne approvata la Legge 15 marzo 1997, n. 59, e nell’articolo 21 fu introdotta l’autonomia scolastica — la riforma Bassanini — accadde ciò che nei verbali non fu registrato. La politica mutò forma. Divenne una femmina di vespa icneumonide, sottile e precisa. Non ronzava: declamava. Parlava di modernità, di efficienza, di futuro. Si posò sul dorso del bruco con la grazia di un atto amministrativo. Non lo assalì con violenza. Lo studiò. Poi affondò l’aculeo. Non fu soltanto una puntura. Fu una paralisi. Il veleno si diffuse silenzioso nei segmenti del bruco: non gli impedì di muoversi del tutto, ma ne rallentò le reazioni, ne attenuò la capacità di percepire il pericolo. Lo convinse che quella immobilità parziale fosse libertà di organizzarsi, autonomia di adattarsi. Mentre il tabellone elettronico segnava l’approvazione, l’uovo veniva deposto sotto la cuticola dell’istituzione. Invisibile, perfettamente integrato. Il bruco, paralizzato quel tanto che bastava, continuò a vivere. Credeva di aver acquisito nuove possibilità. Ogni segmento imparò a cercare risorse, a competere per visibilità, a differenziarsi dagli altri. La parola “autonomia” divenne mantra e scudo. Sotto la pelle, l’uovo cresceva.

 

Per tre anni maturò nel silenzio. Il 10 febbraio 2000 il guscio si spezzò. La Legge 10 febbraio 2000, n. 30, nota come riforma Berlinguer, fu il rumore sordo della schiusa. La larva nacque pallida, cieca, ma con un istinto infallibile: nutrirsi senza uccidere subito l’ospite. Cominciò a esplorare l’interno del bruco. Tastò i tessuti, ne misurò la consistenza. Evitò il cuore, che pulsava con ostinazione nei luoghi della collegialità. Evitò il cervello, che ancora pensava in termini di diritto allo studio e uguaglianza sostanziale. Si orientò verso le parti molli. 

 

Il primo banchetto avvenne con la Legge 28 marzo 2003, n. 53, la Moratti. La larva addentò il tempo disteso dell’apprendimento, segmentò i percorsi, anticipò scelte. I tessuti comuni, quelli che rendevano il corpo omogeneo, furono i più teneri. Ogni morso era accompagnato da parole rassicuranti: personalizzazione, flessibilità, valorizzazione dei talenti. Il bruco sentì una debolezza diffusa, come se i suoi anelli non si coordinassero più con la stessa naturalezza. La paralisi originaria lo rendeva incapace di reagire con forza. Si adattava. Si riorganizzava. Ma dentro, la larva cresceva. 

 

Con la Legge 6 agosto 2008, n. 133, la Gelmini, il banchetto si fece più deciso. La larva rosicchiò organici, ore, compresenze. I muscoli che tenevano uniti i segmenti si assottigliarono. Si parlava di razionalizzazione, di efficienza, di contenimento della spesa. Ogni morso era giustificato da una cifra, da un grafico, da una percentuale. Il bruco si accorse che alcune sue parti non rispondevano più come prima. Le aule si fecero sovraffollate, i collegi più silenziosi. La cooperazione lasciava spazio a una competizione strisciante tra segmenti, tra istituti, tra territori. L’autonomia, nata come promessa di libertà, si trasformava in isolamento. La larva evitava con cura gli organi vitali. Li sentiva pulsare e pensare. Sapeva che finché il cuore avesse battuto e il cervello avesse elaborato senso critico, l’ospite avrebbe continuato a vivere, garantendole nutrimento. Nel 2015 arrivò l’ultimo grande morso. 

 

La Legge 13 luglio 2015, n. 107, detta “La Buona Scuola”, fu presentata come una rinascita. La larva, ormai robusta e sicura, si avventò sulle fibre della collegialità. Trasformò il tessuto orizzontale in una trama verticale. Parlò di merito, di valutazione, di premi. Le parole cambiarono consistenza: divennero aziendali, performative, misurabili. La larva, sazia ma non completa, continuò a nutrirsi anche negli anni successivi. Sotto i governi che si alternavano, il suo corpo si fece più scuro, più robusto. 

 

Con gli interventi promossi dal governo di Giorgia Meloni, la direzione del nutrimento cambiò leggermente inclinazione. Si parlò di identità, di nazione, di merito rinnovato. Nuove riforme, nuovi aggiustamenti, nuove parole d’ordine. La larva scavò nelle fibre simboliche del bruco: nei programmi, nei riferimenti culturali, nelle priorità dichiarate. Ogni intervento era piccolo, mirato, presentato come necessario per riallineare il corpo alla sua missione. Il bruco sentiva l’interno svuotarsi sempre di più. I muscoli erano sottilissimi, le membrane quasi trasparenti. Si muoveva ancora lungo il ramo della Repubblica, ma il suo peso era diverso: più fragile, meno compatto. All’interno del bruco, lo spazio si era fatto cavo. La larva occupava quasi tutto. I muscoli erano sottili, le membrane lacerate. Eppure il cuore batteva ancora, nascosto in una cavità protetta. Batteva nei gesti quotidiani di chi continuava a insegnare come atto di cura, nelle relazioni che sfuggivano alle misurazioni da tabulare. Il cervello pensava ancora, ostinato, capace di memoria e di critica. La larva si fermò davanti a quei due centri luminosi. Avvertiva il ritmo del cuore, la vibrazione del cervello. Sapeva che il pasto non era completo. Ma sapeva anche che finché li avesse lasciati intatti, il bruco sarebbe rimasto vivo, sospeso tra sopravvivenza e metamorfosi. Sul ramo della Repubblica, il corpo segmentato oscillava leggermente, paralizzato ma non morto, svuotato ma non ancora spento. Nel silenzio denso che precede l’ultimo atto, la larva rimase immobile, a un soffio dal cuore e dal cervello, mentre il bruco continuava, incredibilmente, a respirare. La vespa, lontana, osservava la creatura che aveva generato. E nel silenzio che precede l’ultimo morso, tutto restò sospeso: la larva pronta, il cuore pulsante, il cervello sofferente ma vivo.  

La metamorfosi ancora possibile o la fine rimandata di un solo respiro?