CRONACA DI UNA MORTE NON ANNUNCIATA

Sono io la morte e porto corona

Io son di tutti voi signora e padrona

E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare

E dell'oscura morte al passo andare [1]

di Enrico Roversi

PROLOGO

Avete mai contemplato la possibilità che un giorno qualsiasi la morte bussi alla porta della vostra aula e richieda per sé la vita di un vostro alunno o di una vostra alunna? Nemmeno io l' avevo fatto ma, purtroppo, è successo. Alla fine di aprile 2025 è morta una mia alunna di prima elementare. Una morte non annunciata perché J. era una bambina in perfetta salute, vivacissima e piena di energie vitali, colpita da un batterio che i medici non sono riusciti ad identificare. Se n' é andata dopo 5 giorni di agonia in cui era stata attaccata a diverse macchine per supportarne le funzioni vitali. Il suo calvario inizia il 25 aprile e termina il 29 aprile con il distacco dalle macchine per sopravvenuta morte cerebrale. Ometterò diversi particolari perché non fondamentali alla comprensione. La curiosità in certi casi è un serpente velenoso.

 

VENERDI 25 APRILE 2025 ASSENZA

Come tutti i venerdì sono di turno al mattino. E'mia antica abitudine arrivare sempre almeno venti minuti prima del suono della campanella di inizio lezioni. Mi serve per ritrovami, per respirare, per fare il punto con me stesso e preparami alla giornata scolastica. Quest'anno compio i miei trent'anni d'insegnamento. I bambini e le bambine del pre-scuola iniziano a sciamare in classe. Li saluto mentre apro la porta che dà sul giardino comunicante per andare ad accogliere il resto della classe. Inizio l'appello.  Arrivo a J. e non vedendola sto per segnarla assente. Alcuni bambini mi dicono Aspetta maestro! e mi raccontano di averla vista in strada con la nonna. Sarà questione di attimi mi assicurano. Soprassiedo. Inizio con il leggere alla classe un racconto come da alcuni mesi sono solito fare. Alla fine della lettura di J. nessuna traccia. La segno assente sul registro elettronico.

 

LUNEDI 28 APRILE LA NOTIZIA

La campanella è già suonata. Un attimo per raccogliere la classe attorno al silenzio e inizio l'appello. Anche oggi J. è assente. Chiedo ai bambini che le abitano vicino se sanno qualcosa di lei. Nessuno, nessuna. Inizio a leggere il racconto della giornata. Invito i bambini e le bambine a preparare le cose che ci serviranno per la mattinata e sto per iniziare la lezione. Verso le 9.00 arriva il collaboratore scolastico e mi dice che la mamma di J. mi cerca al telefono. Gli affido la classe e vado nella guardiola per rispondere. Mi cade il mondo addosso. La mamma mi dice tra i pianti della situazione in cui versa la figlia. Si raccomanda di mantenere il massimo riserbo tranne che con le colleghe di classe e la dirigente scolastica. Alla fine della telefonata mi ritrovo come un pugile suonato a bordo ring senza l'allenatore che possa gettare la spugna. Non posso arrendermi. Che faccio? Come mi comporto? Come farò a rientrare in classe facendo finta di nulla? Non me ne sento capace. E'una situazione che al momento mi appare più grande di me. I pensieri ruotano nella testa ad una velocità pazzesca. Sento urgente la necessità di rallentarli. Tempo, devo prendermi del tempo. Con una scusa lascio la classe ad una insegnante di sostegno e vado in un luogo remoto e silenzioso della scuola. Ho bisogno di pensare. Ho bisogno di calmarmi. Ho bisogno di piangere. Lascio libero sfogo alle lacrime. Uno tra i primi pensieri corre alla programmazione di oggi pomeriggio. Non mi va di farla. Che senso avrebbe? Avverto come primario il bisogno di essere il più vicino possibile ad J. e alla sua famiglia. Penso alla possibilità di trasformare quelle due ore pomeridiane in una visita all' ospedale. So che non potrò vedere J. perché in terapia intensiva ma dovrei riuscire a vedere i suoi genitori. Chiamo la mia collega di classe. Le racconto quello che sta succedendo e le faccio la proposta. Ed'accordo. Anche lei non vede il senso, vista l'enormità di quello che sta succedendo, di comportarsi come se nulla fosse. Lavoro con la collega da nove anni, ci conosciamo reciprocamente lo davo quasi per assodato. Non così per la dirigente scolastica che è nuova, arrivata quest'anno. Di fatto, anche se mi ha prodotto un'ottima impressione, non la conosco. La contatto e dopo averle spiegato la situazione le chiedo la possibilità di trasformare le nostre ore di programmazione del lunedì in una visita alla famiglia in ospedale. Rimane molto colpita ma non ci pensa due volte a dirmi di sì. Dice poche frasi ma rimango impressionato dalla sua umanità. Di questi tempi è tutt'altro che scontato che un dirigente abbia questi tratti. Ne sono felice. Poi il pensiero si concentra sulla classe. Mi dico che ce la posso fare. Devo concentrarmi come non mai sulla lezione che avevo pensato per quella mattina ed andare avanti come un treno sperando di non deragliare. Prima di dirigere i mie passi verso l'aula do sfogo ancora alle lacrime. Di mio non sono fatto così, i sentimenti sono abituato a farli fluire liberamente ma in questo caso, abitudine o no, è il momento di alzare delle paratie e creare dentro di me dei compartimenti stagni. Ne sarò capace? Inutile chiederselo. Devo. Respiro profondamente. Durissima rientrare sapendo di dover  mantenere il riserbo con i bambini e le bambine e far finta di nulla. Finalmente arrivano le 12.30 e con le 12.30 la mia collega. Al lunedì ho le mie due ore di compresenza quindi dovrò rimanere fino alle 14.30 ma mi sento meno solo e con a fianco una persona intelligente e accogliente con la quale condividere. Vivo la fine delle mie ore di compresenza come una liberazione. Finalmente posso passare da casa e stare completamente da solo, la sento come una necessità vitale. Le emozioni e i pensieri possono nuovamente e liberamente turbinare dentro di me e decido di lasciare loro tutto lo spazio di cui necessitano.  Alle 16.40, come d'accordo, passo a prendere in auto le colleghe da scuola e ci rechiamo in ospedale. Rimaniamo due ore a parlare con i genitori che, seppur profondamente feriti e provati, nutrono ancora labili speranze. Lascio alla mamma il mio numero privato dicendole che per qualsiasi cosa mi può chiamare. Il tempo di riaccompagnare a casa le colleghe e di mangiare un boccone che mi squilla il cellulare. Ha una custodia a libro, non posso vedere immediatamente il numero di chi chiama. Lo guardo con timore mentre continua a suonare. Allungo la mano e mi decido ad aprirlo. Come temevo è la mamma di J.. Mi dice che per la bambina è sopraggiunta la morte cerebrale. Lei e suo marito stanno aspettando che si riunisca la commissione medica che da prassi in questi casi dà il via libera al distacco dei pazienti che sono tenuti artificialmente in vita dalle macchine. Eravamo fino a poco fa insieme a parlare di speranze. Cazzo! Cazzo! Cazzo! Non è giusto. Non sta né i cielo né in terra che una splendida bambina di sei anni se ne vada così! Piango e piango a lungo. Il 4 di aprile è morta mia madre, aveva quasi 95 anni e aspettava da tempo il momento di andarsene. E'stato doloroso? Sì, ma aveva un senso e dentro di me ero pronto. Ma in questo caso... Come si fa ad essere pronti ad una vita che ti lascia a soli sei anni e in questo modo imprevedibile, rapido ed insondabile? Nonostante trent'anni di mestiere non trovo nella mia cassetta degli attrezzi quelli giusti per affrontare la situazione. Ma esistono attrezzi giusti in vicende di questo genere? Che cosa sono poi gli attrezzi in una scatola se improvvisamente mi sembra che tutto si sia mescolato tanto da non ritrovarvi più nulla? Ho bisogno di recuperare un po'di lucidità. Fumo una sigaretta seduto sulla panchina gialla che ho sul balcone. Ne fumo una seconda cercando di creare un attimo di vuoto nella mia mente. Riprendo il maledetto cellulare per informare di quanto accaduto le mie colleghe. Sono due telefonate brevi ma dolorose. Rifletto e provo a mettermi in contatto con me stesso, a trovare il centro. Un poco alla volta cerco si uscire dal maremoto di sentimenti che vuole travolgermi. Cosa fare per fronteggiare la situazione? Come affrontare il lutto con la classe? Sento che ho e che abbiamo bisogno d'aiuto, di un supporto. Noi insegnanti  non siamo dei supereroi, non possiamo da soli fare fronte a tutte le situazioni come se fossimo un ricettario sempre disponibile a ogni evenienza. Contatterò la dirigente scolastica e le chiederò di avviare la procedura per ottenere un supporto dalla psicologa scolastica. Poi c'è da esaminare la situazione con i colleghi e le colleghe delle altre classi che sono all'oscuro di tutto. 

 

MARTEDI 30 APRILE - CONDIVIDERE

La mattina verso le 9.00 passo in dirigenza. La dirigente non c'è ma mi forniscono il suo numero di cellulare. Mi risponde subito e mi passa il contatto diretto con la psicologa. La chiamo, le racconto e concordiamo a breve un incontro con tutto il team docente della classe. Siamo un plesso piccolo, solo sei classi, e abituato a lavorare, specie nei momenti di ricreazione, a classi aperte. J. era una bambina solare e molto socievole e aveva stabilito relazioni con diversi bambini e bambine delle altre classi. Il lutto colpisce un po'tutti. Con i colleghi e le colleghe siamo abituati a condividere tanto sul piano didattico e umano. Questa è una situazione che non riguarda solo la nostra classe ma la nostra scuola nella sua interezza. Enecessario socializzare quello che è accaduto con loro. Necessario sì ma per nulla facile da fare. Penso a come. In una forma per quanto possibile collettiva concludo.  Dalla dirigenza passo a scuola. Passo di aula in aula chiedendo che per ogni team dopo dieci minuti esca almeno un insegnante per classe per riunirsi fuori davanti al portone d'ingresso della scuola perché ho la necessità di comunicare una cosa urgente. Dopo dieci minuti si presentano tutti e tutte. Chiedo loro di disporci a cerchio e racconto. Alla fine dico che per il nostro team avremo un confronto con la psicologa scolastica. Le colleghe ed i colleghi mi chiedono se vi possono partecipare anche loro. La richiesta mi rende un attimo di serenità e mi fa sentire meno solo. Mi arriva come un abbraccio indiretto. Richiamo la psicologa e le chiedo se possa allargare l'incontro a tutte le/i docenti del plesso. Mi risponde affermativamente. J. se n'è andata il 29 aprile, rimane oggi prima del ponte del 1 maggio che ci riporterà a scuola il 5. 

 

MERCOLEDI 1 MAGGIO NORMALITA’”

Penso alla cosiddetta normalità. Cos' è normale per un insegnante di scuola primaria? Che ti affidino una prima classe da accompagnare fino alla quinta. Cinque anni possono sembrare pochi ma più passa il tempo e più mi rendo conto che sono un notevole pezzo di vita. Circa 40.000 ore. Vite che si mescolano e intrecciano con la tua e creano legami. Noi insegnanti siamo ciclicamente in rapporto con il lutto. Eun lutto salutare una classe dopo cinque anni passati insieme ma è un lutto semplice da superare: la vita scandisce i suoi tempi e proietta i bambini e le bambine verso la pre-adolescenza, è quindi un lutto aperto al dopo. Capita anche che un bambino o una bambina, per i più disparati motivi, si trasferiscano in un' altra scuola o in un'altra città. Ma anche questo è un lutto facilmente assimilabile. Davanti a quello che è successo ad J. siamo su  un altro piano. Non siamo davanti alla normalità. Le riflessioni sono diverse. Ci riportano ai concetti di presente, passato e futuro, alla finitezza ed estrema precarietà della vita. Spesso ci rifugiamo nel passato o, viceversa, ci proiettiamo sul futuro ma poco ci fermiamo a riflettere che l'unica cosa che abbiamo in mano è il presente, il qui ed ora. Se ce ne rendessimo veramente conto sapremmo assaporare ogni istante che ci passa tra le mani e lo vivremmo con maggiore intensità e presenti a noi stessi e a ciò che ci circonda, non dando per scontato che ci sarà un dopo. Salutare una classe quando si finisce il proprio orario di servizio o quando suona la campanella di fine giornata è un gesto che facilmente diviene rituale e dato per scontato. Anch'io quando giovedì 24 aprile ho salutato J. ho compiuto una ritualità, mai mi sarei aspettato di non rivederla più. Questo fare le cose per consuetudine o abitudine mi interroga e mi mette in discussione profondamente. E' così intenso che mi manca l'aria. Come dice Jean Paul Malfatti A volte bisogna che ci manchi l'aria per farci ricordare che non siamo morti e che c' è ancora qualche vita da vivere.

 

GIOVEDI 2 MAGGIO 2025 AIUTO

L'appuntamento con la psicologa cade in una giornata di ponte ma ci siamo quasi tutti. Usciamo da questo incontro respirando un pomeglio e con questo comune accordo: contatteremo i genitori di tutti i bambini e di tutte le bambine della scuola per spiegare loro che il luogo primario in cui affrontare questo genere di lutto è la famiglia. Ci raccomanderemo affinché nessuno/a arrivi al ritorno a scuola ignaro/a di quello che è accaduto. Questa tragedia non può essere taciuta né tantomeno nascosta. Da questi drammi non si possono proteggere i bambini. Vanno affrontati a viso aperto. La famiglia non può scaricare sulle spalle degli insegnanti il peso della situazione delegando loro la piena responsabilità di farvi fronte. La voce dei genitori non può rimanere spenta perché per un bambino il luogo protetto per antonomasia è il nido famigliare, è lì che il bambino cerca e trova primariamente conforto e rassicurazione. Prendiamo la comune decisione che al rientro, il 5 maggio, affronteremo collettivamente la morte di J. e saranno presenti le prime due ore tutti gli insegnanti del plesso, anche i colleghi e le colleghe che sono di turno al pomeriggio, per vivere insieme il tentativo di elaborazione del lutto classe per classe. Lasceremo i bambini liberi di manifestare le proprie emozioni e così faremo anche noi adulti.

 

VENERDI 3 MAGGIO I FUNERALI

Oggi è il giorno dei funerali di J. Con le persone care che se ne sono andate ho sempre tenuto a dare un ultimo saluto alla camera ardente. L'ho sempre vissuta come un'ultima carezza ma anche come una riflessione sull'ineluttabilità della morte e della separazione, una presa d'atto sulla realtà: non rivedrai mai più e non potrai più godere della presenza di quella persona. Lo socializzo con le colleghe di classe e con due decidiamo di andare alla camera ardente dell'ospedale. Arriviamo e rimaniamo colpiti dal fatto che tutta la comunità camerunense presente (J. era nata in Italia da genitori provenienti dal Camerun) è vestita di bianco, simbolo della luce che spezza le tenebre della separazione. Ci spostiamo poi in chiesa dove ha luogo la funzione secondo il rito cattolico. Alla fine della messa chiedo ai genitori della classe che sono presenti di riunirsi un attimo in gruppo e, a lato del sagrato della chiesa, socializzo con loro le riflessioni emerse nell'incontro con la psicologa e l'importanza di far arrivare i loro figli e le loro figlie consapevoli dell'accaduto al rientro a scuola. Ognuno, ognuna troverà i suoi modi e cercherà le proprie parole. Incrocio degli sguardi preoccupati ma compartecipi.

 

SABATO 4 E DOMENICA 5 MAGGIO - RIFLESSIONI

Sono giornate di riflessione. Vado a rileggermi alcune cose che avevo letto ai tempi dell'università e rifletto. Ciò che distingue le nostre da tutte le generazioni precedenti è che quando parliamo della vita noi ci troviamo costretti a sentirla come un fenomeno precario. L'astronauta che per primo contemplò la Terra dalla Luna vide un globo azzurro. Dal suolo di un satellite morto, da uno spazio privo di ogni segno vitale, egli vide il fragile involucro in cui si svolge la misteriosa avventura dell'umano. Lo vide dal di fuori. Da quel momento noi non siamo più interni alla vita; in una certa misura la possiamo vedere dal di fuori percependone la fragilità. Inutile sognare di altri pianeti abitati. Nel nostro sistema solare non ne esistono. Se dovessero essercene negli innumerevoli sistemi solari dello sterminato Universo per prendervi contatto dovremmo avere a disposizione milioni di anni luce. Nonostante questa opportunità offertaci dalla storia purtroppo si è dipanato un altro processo nelle nostre società: Un carattere significativo delle società più industrializzate è che la morte vi ha preso il posto della sessualità come principale tabù [4] Prendendo la questione in modo molto molto generale penso allo schema di Freud in particolare il suo carteggio del 1932 con Einstein [5] in merito al conflitto tra eros e thanatos. Questo schema chiarisce la contraddizione che ci sta di fronte: una civiltà che sembrava aver sconfitto la paura della morte fino al punto di averne cancellato i simboli dal nostro orizzonte quotidiano, in realtà obbedisce all'istinto di morte. Gli asceti medievali, per ricordarsi della precarietà della vita, tenevano un teschio davanti agli occhi. Noi abbiamo scartato il macabro simbolo, ma esso emerge dall'inconscio incutendo terrori che gli asceti non conoscevano. Gli effetti che l'occultamento della morte manifesta sul soggetto umano rientrano nella strategia della reificazione. L'aperto confronto con la morte come momento della propria formazione interiore suscita e ravviva nel soggetto il senso della propria finitudine e di conseguenza un corretto rapporto con la natura, con i propri simili più prossimi e con la società in generale. Senza questo confronto l'intero universo dei significati della vita subisce una deformazione: vivere come se si fosse immortali come singolo e come specie. Se la perdita della coscienza della propria finitudine distrugge l'individuo, se ne distrugge l'espressione storica, vale a dire la chiara coscienza di classe, la società bottegaia trionferà dunque per sempre?"[6] Per ora il venir meno dei modelli ideologici, fino a questo punto della storia dominanti, si risolve in larga parte in una multiforme fuga dal mondo, in un disimpegno dalla storia che sembra favorire la tragica deriva dell'umanità. Di questa fuga, di questo disimpegno oggi occorrerebbe parlare. Quello che è accaduto nella nostra scuola potrà aiutarci in questo? Ma al di là delle riflessioni filosofiche c'è da affrontare l'imminente rientro in classe e da prepararsi, soprattutto emotivamente. Scorrono le giornate come il corso di un fiume che col suo monotono rumore scandisce il passare del tempo.  Un fiume...

 

LUNEDI 6 MAGGIO IL RIENTRO

Rientriamo in classe. Non c'è il solito rumoreggiare di inizio giornata, solo qualche composto saluto tra alcuni compagni. Una cappa di tristezza si sprigiona dagli sguardi bassi e imbarazzati dei bambini e delle bambine. Insieme alla collega partiamo chiedendo alla classe se sanno quello che è successo. Tutti/e ne sono consapevoli. Parliamo della morte di J. puntando l'accento che quello che è successo alla loro compagna è un evento rarissimo perchè non subentri in loro il fantasma che oggi o domani la stessa eventualità possa accadere a loro o a qualche loro caro. Invito la classe a pensare a qualcosa di bello che ricordano di J. o che hanno vissuto insieme a lei e a trasformarlo in un disegno. Un bambino, i cui genitori mi riferivano non avesse manifestato particolari emozioni la sera in cui gli avevano raccontato della morte della compagna, scoppia in un pianto irrefrenabile. Lo invito ad uscire con me per andare insieme in una delle classi all'aperto che abbiamo nel nostro parco scolastico. Accetta. Continua a piangere. Non gli dico nulla, solo lo abbraccio forte e gli accarezzo i capelli. Poi inizio a piangere anch'io. Alza la testa dal mio petto e mi guarda tra le lacrime stupito. Ma come maestro, ti ho chiesto aiuto e adesso piangi anche tu? Ma com'è questa storia? Sono come te molto triste e poi sappi che anche i maestri piangono gli rispondo. Mi abbraccia ancora più forte. Rientriamo in classe quando ci sentiamo più calmi. La classe, con grande cura, un poalla volta porta a termine il compito. Mettiamo tutto in comune e ci confrontiamo. J. ci ha lasciato per sempre ma non ci ha lasciato da soli, rimane tutto il bene e tutto il bello che abbiamo vissuto insieme e che possiamo far rivivere nei nostri ricordi.

 

MARTEDI 7 MAGGIO IL VIAGGIO DEL FIUME

C' è la lezione di religione e io porto nella classe adibita il gruppo che fa alternativa. Propongo loro questa lettura:

Il viaggio del fiume

Il fiume nacque in mezzo alle pietre e cominciò a scorrere. La missione

del fiume era arrivare al mare. Ma il fiume non aveva mappe, né bussola,

e non sapeva come arrivare al mare.

Vide allora, in lontananza, un albero alla sua destra e andò verso di lui.

Chiese all'albero:

«Potresti indicarmi come arrivare al mare?»

L'albero rispose:

«Veramente non lo so. Chiedilo a quella roccia».

Il fiume guardò alla sua sinistra e vide la roccia. Andò da lei e le chiese:

«Potresti indicarmi come arrivare al mare?»

«Non ne ho la più pallida idea» disse la roccia.

Il fiume riprese il cammino, senza sapere bene se andava nella direzione

giusta. Vide allora, alla sua destra, uno scoiattolo. Gli andò incontro e gli

chiese come arrivare al mare, ma lo scoiattolo non lo sapeva.

Il fiume riprese il cammino e poco dopo, alla sua sinistra, vide un fiore, e chiese al

fiore come arrivare al mare, ma il fiore disse che non lo sapeva.

E chiedendo e chiedendo, un giorno il fiume riuscì ad arrivare al mare.

Per questo i fiumi non scorrono in linea retta ma seguono un cammino

tortuoso. Perché devono andare a chiedere a questo e a quello come si fa

ad arrivare al mare. [2]

Ragioniamo insieme che anche le nostre vite sono fatte di tante curve e li invito a pensare e a socializzare quali sono state quelle della loro breve vita. V. condivide con noi che due curve per lui dolorose sono state la perdita della mamma (morta lo scorso anno alla fine della scuola dell'infanzia) e adesso la morte di J. Confrontandomi col padre ne è stupito e al tempo stesso felicissimo perché mi dice che il bambino di solito non racconta mai della morte della madre e, a parte insieme a  lui, non affronta mai questo argomento.

 

GIOVEDI 9 MAGGIO LA DOMANDA DI T.

Riprende la normale routine scolastica. Non proprio. T. pone questo problema Adesso che non c'è più J. il suo banco lo dobbiamo togliere? Rispondo che non ci avevo pensato e che mi rimetto alla decisione della classe, devono essere loro a discutere e decidere. Apriamo il confronto con una mia premessa: non si metterà nulla ai voti ma la decisione deve cercare di abbracciare tutte le sensibilità ed essere il più possibile condivisa. Il confronto porta alla decisione di lasciare il banco al suo posto (la classe è disposta per isole) a patto che sul banco ci siano sempre dei fiori che piacevano moltissimo ad J. Pur non partecipando al confronto se non come facilitatore sono contento di questa decisione. Nel pomeriggio con le colleghe decidiamo di andare a fare visita ai genitori di J. In questa occasione dico loro che se lo desiderano posso raccogliere io il materiale della bambina rimasto a scuola e consegnarglielo a casa o possono venire loro a scuola riprenderlo. La mamma non se la sente ma il padre mi dice che verrà lui il giorno successivo.

VENERDI 10 MAGGIO L'ABBRACCIO

In classe stiamo lavorando sulla comprensione di un racconto. Vengo chiamato dal collaboratore scolastico che mi avvisa che il papà di J. è arrivato. Lascio la classe al collaboratore e gli vado incontro. Gli chiedo se il materiale lo devo portare fuori dall'aula o se è disposto a venire in classe a salutare i bambini. Fa un grande sospiro. Non si preoccupi, la capisco benissimo, vado a prendere le cose di J. Mi giro e sento che mi trattiene per una spalla. Andiamo mi dice. Appena entrato in classe i bambini e le bambine lo riconoscono e spontaneamente si alzano per andarlo ad abbracciare. Il papà dopo un breve attimo di commozione li abbraccia ad uno ad uno e inizia a parlare con loro su cosa stanno facendo a scuola e a scherzare. Mi chiede se possono mettersi attorno a lui e posso io fare una foto da inviare alla moglie. Estato un momento importante per la classe, direi fondamentale e non finirò mai di ringraziare il padre di J. 

 

LUNEDI 13 MAGGIO LA FESTA DI FINE ANNO

Viene il momento per noi insegnanti di porci il problema circa la tradizionale festa di fine anno. Ci riuniamo e decidiamo insieme che, fatto salvo il saluto dei bambini di quinta, si cercherà di trasformare la festa in una sorta di giornata in ricordo della bambina ed emergono alcune idee. Sono d'accordo ma dico ai colleghi e alle colleghe che l'unica per me doverosa clausola è che la famiglia di J. sia d'accordo e voglia partecipare. Domani pomeriggio ci sarà l'interclasse con i rappresentanti dei genitori. Ne discuteremo con loro.

 

MARTEDI 14 MAGGIO L'INTERCLASSE

Nel pomeriggio ha luogo l'interclasse con i rappresentanti dei genitori. Illustro loro la proposta. Massima comprensione e solidarietà da parte loro. Eper me un momento fondamentale. La comunità scolastica tutta, insegnanti, collaboratori scolastici, dirigente, psicologa, famiglie, si ritrova riunita e unita. Manca solo un fondamentale tassello: i genitori di J.. Io e le mie colleghe ci offriamo di andare dai genitori a proporre la cosa.

 

MERCOLEDI 15 MAGGIO- IO STO VIVENDO?

Ci incontriamo al pomeriggio. Racconto ai genitori quello che abbiamo pensato di fare: li invitiamo a partecipare allargando l'invito ai parenti, agli amici e alla comunità camerunense tutta. Ci raccoglieremo nel parco dove all'inizio faremo una specie di rito collettivo dove ogni bambino ed ogni bambina di ogni classe lancerà in aria un palloncino gonfiato ad elio; a seguire avverrà la piantumazione di un albero a ricordo di J. durante la quale invitiamo la comunità camerunense ad accompagnare con il canto e dove gli insegnanti, i genitori e i compagni e le compagne  getteranno la terra per completare la piantumazione. Al termine un canto di saluto dei bambini di quinta che l'anno prossimo non saranno più nella nostra scuola. Accettano senza riserve la proposta. Ad un certo punto il papà ci dice: So che questa è una ferita dalla quale non si guarisce e che mi porterò dietro fino alla fine. Al massimo si  potrà rimpicciolire ma continuerà a sanguinare. Una cosa devo a me stesso e a mia figlia: devo e voglio continuare a vivere. Mi si squarcia un velo. Mi chiedo dopo tanto tempo: Io sto vivendo? Continuo anche ora, mentre sto scrivendo, a pormela. Spero che questa domanda non mi abbandoni mai fino alla fine dei miei giorni, qualsiasi essi siano.

 

MARTDI 27 MAGGIO POSA LA FALCE E DANZA TONDO A TONDO

Oggi è il giorno della commemorazione per J.. Ci ritroviamo alla fine dell'orario scolastico nel parco della scuola . Ci sono i genitori di tutte le classi, i genitori e i parenti di J. e una ventina di persone della comunità camerunense di Bologna. A me è stato delegato il compito, prima di iniziare la cerimonia, di fare un breve discorso introduttivo che riporto sotto.

Cara J.,

Rabìndranàth Thàkhur poeta e filosofo indiano scriveva: La lezione più importante che l' uomo possa imparare in vita sua non è che nel mondo esiste il dolore, ma che dipende da noi trarne profitto, che ci è consentito trasformarlo in gioia. Questo saluto di fine anno vuole essere un incerto passo verso questa direzione.  Ci è d'aiuto tutto il tempo passato insieme a te, alla tua energia vitale, al tuo senso dell'umorismo, alla tua calma nel fare le cose serie unita alla potenza esplosiva nel volerti divertire con noi. Il rito dei palloncini che tra poco lasceremo alla libertà dell'aria è un invito a guardare in alto e oltre l'orizzonte basso dei nostri piedi dove troppo spesso fissiamo il nostro sguardo, a non dare nelle nostre vite nulla per scontato cercando di godere il più possibile il presente e ogni attimo che ci passa tra le dita. L'albero che piantiamo in tuo ricordo è un pero da fiore. Fiorisce in primavera e si riempie di fiori bianchi. Ce lo hai insegnato tu, insieme ai tuoi meravigliosi genitori, famigliari e amici che nel momento più doloroso hanno deciso di vestirsi di bianco simbolo di luce e speranza, a non arrenderci al buio e alla disperazione. Sarà un modo per averti ancora tra noi nelle nostre ore di svago in questo giardino. Ogni fiore che sboccerà sarà come rivedere il tuo fantastico sorriso. Lo potremo abbracciare. Potremo sedervici attorno per fare festa, silenzio o riposare. Ciao J.

Si svolge tutto in maniera molto composta ed è particolarmente toccante il momento in cui, prima i genitori, poi i famigliari, poi noi insegnati ed infine i bambini gettano la terra per finire la piantumazione dell'albero che era stata già messa in opera dagli operai del Comune.

Alla fine riprendo la parola per ringraziare tutti e tutte della partecipazione e per dire ai genitori di J. che nonostante il suo cammino si sia prematuramente interrotto per il resto dei suoi compagni e delle sue compagne proseguirà per altri quattro anni e che vorremmo che ci accompagnassero ancora lungo la strada e ci piacerebbe averli ancora a scuola insieme a noi. Ci abbracciamo stretti e a lungo. In quell'abbraccio si condensano altri e molti abbracci. L'abbraccio di una comunità che è riuscita in questa triste vicenda a essere davvero tale. Riscopro la verità di questa semplice frase, ma che ora mi appare potentissima, di John Donne:  Nessun essere umano è un'isola, completo in se stesso; ogni essere umano è un pezzo del continente, una parte del tutto. Solo in un tutto si può ritrovare la forza e le motivazioni per affrontare tragedie come questa.

Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo

Il giro di una danza e poi un altro ancora

E tu del tempo non sei più signora [6]

 

[1] Angelo Branduardi, Ballo in fa diesis minore, album La pulce d'acqua, 1977

[2] Philippe Aries, Storia della morte in occidente, Milano, Rizzoli, 1978 pag. 224

[3] https://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm

[4] Philippe Aries, op. cit., pag. 67

[5] Pinto & Chinto, Racconti per bambini che si addormentano subito, trad. di L. Lupini, Kalandraka, Firenze 2013

[6] Angelo Branduardi, Ballo in fa diesis minore, album La pulce dacqua, 1977