IL CORPO DEL TESTO

di Silvia Di Fresco

Quest’anno faccio fatica a leggere in classe. È qualcosa che non sopporto, che non vorrei sentire, ma la realtà è che continuo a chiedermi che senso abbia ancora farlo. Se assegni un testo da leggere sai già che, forse, solo lo 0,01 della classe lo farà: l’IA verrà interpellata, spiegherà loro qual è la trama, i criteri di analisi e così la finzione del sapere avrà ancora una volta luogo. Se do un tempo in classe affinché lo leggano, non lo comprendono, ogni riga si interrompono e mi chiedono il significato di parole che, attraverso le inferenze, potrebbero dedurre. Se leggo io a voce alta va un po’ meglio ma non riescono a tenere l’attenzione per più di un paio di pagine e, comunque, non riescono a coglierne il significato profondo, ad andare oltre il suono.

Riprendo in mano “Il piacere del testo” di Roland Barthes.

«Sembra che gli eruditi arabi, parlando del testo, usino questa stupenda espressione: il corpo certo. Quale corpo? Ne abbiamo diversi; il corpo degli anatomisti e dei fisiologi, quello che la scienza vede o di cui si parla […]. Ma abbiamo anche un corpo di godimento unicamente costituito da relazioni erotiche, senza nessun rapporto col primo: è un altro disegno, un altro lessico; così per il testo […]. Il testo ha una forma umana, è una figura, un anagramma del corpo? Sì, ma del nostro corpo erotico.»[1] 

Quanto, mi chiedo, il corpo divenuto profilo influisce nel loro rapporto con la lettura? Quanto questa società asettica, dove i corpi devono essere sani e perfetti permette loro di sentire il piacere? Quanto sono ancora presenti i corpi nelle nostre aule?

«Il piacere del testo è quando il mio corpo va dietro alle proprie idee – il mio corpo infatti non ha le mie stesse idee».[2] Come lettrice comprendo nel profondo quanto Barthes vuole dire: se mi innamoro di un testo, sia esso romanzo, saggio o poesia, è perché mi fa giungere dove non mi ero immaginata, perché la razionalità viene sospesa e si fa spazio il sentire: l’odore della carta, il passare il dito sulla pagina, il sottolineare le frasi che mi colpiscono. Il libro diventa vivo, si fa corpo, diventa parte integrante della mia persona. Gli e le studenti che mi trovo davanti difficilmente hanno provato qualcosa di simile: un po’ perché hanno scelto un Istituto Tecnico, un po’ perché l’esperienza della lettura o del racconto è marginale sin dalla loro infanzia. Nella prima che ho quest’anno soltanto a due persone su 29 hanno letto fiabe quando erano piccole e l’unica confidenza che la maggior parte di loro ha con le parole scritte è scorrere i messaggi sui social e qualche post su Instagram. Per tastare il terreno ho provato a leggere a voce alta il racconto di Bender Cosa hai lasciato in trincea: un uomo torna da una guerra non meglio identificata senza labbra; la moglie, che l’ha atteso per due anni, non riesce più a relazionarsi con lui e cade in un vortice di dubbi, insicurezza, senso di colpa. Per i/le mie studenti centrale è stato chiedersi come fosse possibile vivere senza labbra. Punto. cercare il reale – l’oggettivo – nell’immaginario. Ma, come sottolinea Barthes, «il piacere del testo è scandaloso: non perché è immorale ma perché è atopico [3] Come ci si può lasciare (com)penetrare dalla lettura senza abbandono? senza lasciarsi andare all’ignoto, all’insolito? E qui mi chiedo quanta responsabilità abbia in questo processo di attaccamento al reale il modo in cui la scuola e i manuali approcciano la lettura: la ricerca spasmodica della struttura sottesa alla storia narrata; la vivisezione dei racconti attraverso l’analisi delle sue componenti basilari (statuto del narratore, focalizzazione, spannung, personaggi, etc.); gli esercizi di comprensione mediante domande dalla risposta standardizzata. Non mi si fraintenda, non sono contraria alla narratologia, ma essa deve venire dopo il godimento, a posteriori; se invece educhiamo alla lettura attraverso queste categorie analitiche, se le facciamo diventare il fine ultimo di un brano di qualsiasi genere, allora stiamo contribuendo alla distruzione della letteratura intesa come rottura da sé, come libertà di vivere vite che non sono la nostra, come esplorazione del possibile. Stiamo, in poche parole, eliminando il corpo dalle nostre classi.

Qualche settimana fa sono andata a prendere un caffè con un mio ex alunno (un Lettore) e gli ho raccontato dei miei dubbi sulla lettura in classe. Voi, prof., avete potuto staccarvi da quanto fatto dai vostri genitori perché avevate un futuro davanti; e il libro ti permette proprio questo, immergerti nelle parole passate per poter guardare a futuri possibili. Noi non abbiamo più niente: non abbiamo un passato da rinnegare né futuri da raggiungere; è impensabile, in queste condizioni, amare leggere, amare qualsiasi cosa. Però lei non ha alternative: deve insistere. Deve continuare ad assegnare libri da leggere. Magari la maggior parte se li fa spiegare da Chat GPT, ma forse uno no. E lei lo deve fare per quell’uno.

Torno alla loro età. È vero che io sentivo il futuro, che ero proiettata oltre la dimensione del presente, ma – più di tutto - io ho iniziato a leggere perché, nel mio piccolo paese montano, non c’era nient’altro da fare. Leggere era per me la possibilità di vivere la noia e la «noia non è lontana dal godimento: è il godimento visto dalle rive del piacere.»[4] Forse allora anche questo è un elemento da considerare, il non possedere più la dimensione di quel vuoto che puoi abitare, ma soltanto l’abisso, il percepire che se ti fermi, se ti disconnetti dal tuo profilo per qualche ora, cessi di esistere. In più, con lo smartphone, i loro corpi non solo hanno perso la tridimensionalità (vali nella perfezione della foto che posti, a seconda del consenso che muovi), ma hanno anche acquisito un perenne sguardo esterno: il cellulare è diventato finestra da cui osservare il mondo e da cui essere osservati, costantemente. Oltre al vuoto, la solitudine intesa come momento in cui stare da soli con se stessi è l’altra dimensione che il nostro corpo ha perso. Ci si può ancora immergere in un libro dopo aver subito tali mutilazioni? La tecnica ha creato e crea nuovi mondi perché essa ci muta. Muta la nostra esistenza e, quindi, la nostra essenza. Ciò accade da sempre ed è un dato di realtà, basti pensare a come la scrittura, quando nacque, abbia modificato il sistema mondo in cui fu introdotta o a come, più prosaicamente, le automobili abbiano cambiato il modo di percepirci e muoverci nello spazio e nel tempo. La nostra identità di esseri umani è dunque dinamica e si fonda sulla continua perdita di alcune parti e sulla loro, conseguente, rielaborazione. È proprio per questo che l’ibridazione con l’algoritmo è qualcosa da cui non possiamo prescindere ed è proprio per questo che non ha senso entrare in classe e fingere che tutto sia come prima. Credo piuttosto che il problema sia stata la rapidità, la potenza e l’ineluttabilità con cui l’IA, imposta dal mondo economico, è entrata nelle nostre vite colonizzandole. Quasi da un momento all’altro ci siamo trovati da un lato a temerla e dall’altro, ossimoricamente, a rincorrerla. Ecco perché guardo con sospetto i corsi di aggiornamento che hanno come obiettivo l’integrazione dell’intelligenza artificiale a scuola al fine di incentivare la lettura. Quello proposto dal ministero e ancora in corso, ad esempio, viene presentato così: L’attività propone una serie di spunti operativi finalizzati alla promozione della lettura attraverso modalità coinvolgenti e motivanti, che mettono in gioco la creatività. Il modello della lettura ad alta voce sarà la cornice di riferimento per sperimentare attività, da replicare in classe, che integrano il Podcast e App di Intelligenza Artificiale.[5] 

Non si tratta qui di essere apocalittici o integrati, si tratta di affrontare il presente con consapevolezza, riflettendo su quanto stiamo vivendo, su come la nostra singolarità di esseri viventi possa convivere con “la macchina”. Penso che l’unica cosa possibile da fare sia mantenere un’alterità. Accogliere l’IA, ragionarci in classe, insegnare loro che non è un oracolo e al contempo mantenere degli spazi liberi dove vivere un tempo distinto, dove le parole passino attraverso il corpo. E la lettura non può che essere uno di questi luoghi. «La differenza non sta a mascherare o edulcorare il conflitto: si conquista sul conflitto, è al di là del conflitto e accanto ad esso.[…] Amo il testo perché per me è lo spazio raro di linguaggio in cui ogni “scena” (nel senso domestico, coniugale, del termine), ogni logomachia, è assente. Il testo non è mai un “dialogo”: nessun rischio di finta, di aggressione, di ricatto, nessuna rivalità d’idioletti; esso istituisce in seno al rapporto umano – corrente – una sorta di piccola isola, manifesta la natura asociale del piacere (solo lo svago è sociale), fa intravedere la verità scandalosa del godimento […].» [6] O del disgusto. Perché, forse, val la pena leggere in classe anche se si provoca (e si prova) avversione, tedio, insofferenza. L’importante è far percepire il proprio corpo vivo, attraversato dalle parole. Ha ragione il mio Lettore, devo resistere. In prima darò da leggere Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

 



[1] Roland Bartehes, Il piacere del testo, in C. Ossola (a cura di), Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, Biblioteca Einaudi, TO, 1999, p. 86

[2] Ibidem p. 86

[3] ibidem, p. 91

[4] Ibidem, p. 93

[5] https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/tecnologie-per-la-lettura-dal-podcast-all-intelligenza-artificiale-mooc.

 Il 13 giugno 2024  il Parlamento Europeo ha pubblicato il Regolamento 2024/1689 (detto AI Act). Successivamente, il 4 febbraio 2025, la Commissione Europea ha redatto le Linee Guida sulle pratiche vietate in materia di IA. Sulla base di questi documenti europei il MIM ha emanato il DM 166 del 9 agosto 2025, che contiene anche le Linee Guida per l'introduzione dell'IA nelle istituzioni scolastiche visto che, per la protezione dei dati, è un  sistema ad alto rischio. In teoria quindi le scuole (indicate come "deployer" - ovvero "distributore" - nelle Linee Guida per l'IA redatte dal MIM) sono tenute a svolgere una formazione al personale e una valutazione d'impatto. Nel DM 166, articolo 10, comma 3 si parla esplicitamente di futuri decreti ministeriali del MIM riguardo "le iniziative di formazione che saranno attivate a favore delle Istituzioni Scolastiche in materia di IA, al fine di garantire un uso consapevole e responsabile dei sistemi di IA in ambito scolastico".  Contemporaneamente fioccano i corsi di aggiornamento su come inserire lIA nella nostra pratica didattica, a prescindere dalle materie che insegniamo.

[6] Ibidem, p. 85