UNA PICCOLA SCUOLA PUÒ COSE GRANDI.

UN APPELLO

Di Enrica Leone

 

Ci si affanna da sempre a rincorrere il tempo, come folli cerchiamo di gestire e organizzare, incasellare quello che di fatto non è mai stato nostro: il tempo. A scuola è quasi un'ossessione: ore, minuti, mattine e pomeriggi vissuti incessantemente nella speranza di "gestire bene" il "tempo scuola". Ma cos'è il tempo scuola? Semplicemente quello che trascorriamo negli ambienti scolastici o il senso che a questo tempo vogliamo dare? In questi anni strani nei quali si assiste a tagli continui nell'ambito dell'istruzione, assistiamo altresì a un’apatica rassegnazione, quando non proprio condivisione, di questa idea di scuola quasi inutile, un di più quasi mai efficace, qualcosa di cui si potrebbe anche fare a meno. La conquista più civile dell’umanità, ridotta a baruffa chiozzotta. È allora, in questo tempo, che è bene farsi delle domande e provare a cercare risposte autentiche. Lavoro da circa sei anni in un istituto comprensivo in Irpinia, in un territorio comunemente e tristemente conosciuto come aree interne, ovvero uno di quei paesi che il nostro governo ha amabilmente definito destinato ad un inevitabile declino. Eppure in questo territorio succedono cose belle e succedono a scuola. Lavorare in una secondaria di primo grado a tempo prolungato offre la possibilità di mangiare insieme due volte a settimana, di leggere insieme in biblioteca durante le ore del pomeriggio, di ragionare con i compagni e le compagne delle altre classi sulla lettura di albi illustrati e su noi stessi, di imparare a dirsi verità scomode senza ferirsi. Nella nostra scuola accade tutto questo e altro ancora, grazie alle infinite possibilità che il tempo prolungato ci offre e che noi docenti abbiamo saputo cogliere, facendo della nostro piccolo istituto un luogo dove si realizzano cose grandi. Ho sempre pensato che costruire un ambiente adeguato, che facesse sentire bene i ragazzi e le ragazze, fosse un presupposto necessario all'apprendimento, una priorità educativa. Sentire e vivere la scuola come la casa di tutti e tutte, ma senza i vincoli e le angosce che spesso abitano le mura domestiche. Questo non già per "sapere", ma per dare, attraverso il sapere, nuove prospettive alle nostre vite. Tutto ciò richiede cura e la cura esige tempo. Un tempo pieno, largo, il nostro tempo prolungato.

 

Tuttavia il sogno di pochi oggi deve fare i conti con l’impellente, determinante, apparentemente irrinunciabile necessità dei molti che vogliono la settimana corta. Un tempo scuola, dunque, concentrato in cinque giorni, organizzato in modo ancora indefinito, che potrebbe portare con alta probabilità, per non dire con certezza, alla fine del nostro tempo prolungato. Distribuire 36 ore su cinque giorni infatti richiederebbe un impegno importante da parte dei ragazzi, delle ragazze e delle loro famiglie. Da almeno due anni noi docenti della scuola secondaria di primo grado con il supporto e la fiducia di tante famiglie del territorio, cerchiamo di spiegare la bellezza della nostra scuola a chi non la vive quotidianamente, cerchiamo di far capire a chi sembra chiuso ad ogni confronto, il gran peccato che sarebbe la fine del tempo prolungato, per il solo scopo di imporre il sabato libero anche a chi non lo ha chiesto. Da tanto chiediamo invano alle docenti, ai docenti, alle istituzioni e alle famiglie impegnate in questa strana battaglia "pedagogica": perché? Nell'attesa di una risposta dignitosa, nell’attesa che qualcuno provi ad ascoltare davvero i nostri ragazzi e le nostre ragazze, i loro sogni, le loro aspettative, veramente non ci resta che piegarci al principio che regge anche le peggiori democrazie, ossia quello dei numeri?

Ma l'essenza della democrazia e il fondamento della nostra amata Costituzione non è il rispetto delle minoranze?

 

Così si vedrebbe tramontare il sogno di una piccola scuola che ha provato a fare cose grandi: noi non ci vogliamo credere.