SEMEL IN ANNO LICET INSANIRE?
Sulla reintroduzione del latino alla scuola secondaria
di I grado
di Emanuela Garimberti
Tra le molte discussioni (e fondate perplessità) che nel corso di quest’anno hanno suscitato le Nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione c’è anche la reintroduzione (dopo l’abolizione avvenuta nel 1978) dell’insegnamento del Latino nella scuola secondaria di primo grado.
Il provvedimento è contenuto nel Decreto Ministeriale n. 221 del 9 dicembre 2025, che aggiorna (...aggiorna?!?) il curricolo della scuola italiana rispetto alle precedenti Indicazioni del 2012. La successiva nota ministeriale del Dipartimento per il Sistema educativo di istruzione e formazione, la Circolare n. 1312 del 12 marzo 2026, si pone l’obiettivo di suggerire modalità e tempi di attuazione di tale proposta.
Restano comunque molti dubbi di diversa natura, di cui proverò a dare conto qui a seguire. Nelle Nuove Indicazioni l’insegnamento prende il nome di Latino per l’educazione linguistica (LEL) e, come si legge, mirerebbe principalmente a collegare il patrimonio culturale latino con la realtà contemporanea degli studenti, favorendo la comprensione del presente attraverso la conoscenza del passato”. L’obiettivo dell’introduzione del latino nelle ultime due classi del primo grado sarebbe dunque diverso rispetto allo studio tradizionale della lingua latina nei licei: non si tratterebbe di una disciplina centrata sulla traduzione dei testi, ma di uno strumento di riflessione linguistica e culturale. La funzione specifica attribuita dalle Nuove Indicazioni all’insegnamento LEL sarebbe quella di rafforzare l’educazione linguistica degli studenti (in modo complementare al potenziamento della Grammatica normativa nella scuola primaria) e, al contempo, promuovere la comprensione delle radici della lingua italiana e della cultura europea, in linea con il focus sull’Occidente con cui si intende modificare profondamente anche l'insegnamento della Storia. Ed è già da qui che cominciano le dolenti note.
Ci si chiede infatti se in una scuola sempre più multiculturale e multietnica, in cui sempre più scarsi sono i fondi per sostenere l’insegnamento dell’italiano come L2, l’introduzione del Latino, ancorché indirizzato allo sviluppo delle competenze linguistiche, possa essere legittimamente una priorità della scuola pubblica nell’età dell’obbligo. La stessa domanda è opportuno porsi a fronte del calo allarmante delle competenze di comprensione del testo degli alunni italofoni che noi docenti constatiamo amaramente nella quotidianità dell’aula e che i dati relativi alle prove nazionali del 2025 (proprio quelle prove INVALSI che tanto piacciono ai ministri dell’istruzione di ogni colore politico negli ultimi decenni!) quantificano in un calo dai 10 ai 20 punti percentuali rispetto alle analoghe prove del 2019, nella scuola pre-Covid.
Dietro alla reintroduzione del Latino come emblema (classista) della scuola del Merito, “novità” ammantata dal lustro della celebrazione nostalgica dei “ben tempi andati”, in cui a scuola si studiava l’agiografia della nazione tramite gli esempi illustri (da Muzio Scevola alla piccola vedetta lombarda…), si indossavano grembiuli e si facevano riassuntini&pensierini, non si cela soltanto il grave pericolo di una scuola italo/europocentrica, più o meno velatamente xenofoba e miope nei confronti dei bisogni reali degli stessi studenti “nativi” ma, a ben vedere, sorge anche il fondato timore che ci sia un tentativo malcelato di taglio all’organico. In conclusione, che la stessa retorica, per cui molti di noi giustamente si stanno indignando, sia un’arma di distrazione di massa. Cerchiamo di capire meglio. Si legge che il Latino dovrà/potrà (anche sull’uso dei verbi nei dispositivi del MIM dovremo, in chiusura, soffermarci) essere introdotto a partire dall’anno scolastico 2026/2027 nelle scuole secondarie di primo grado, dunque proprio in questi giorni i Collegi Docenti degli Istituti scolastici italiani si esprimeranno sulle modalità di realizzazione di questa proposta, da far debitamente pervenire alle famiglie quanto prima.
L’avvio è previsto nelle classi seconde (ma con quali competenze in analisi logica per la flessione dei casi?) e nelle classi terze della scuola secondaria di primo grado, su base opzionale. Si tratta quindi di una fase sperimentale, che precede eventuali modifiche future al quadro orario nazionale. Le scuole, recita la nota ministeriale, potranno attivare l’insegnamento del Latino, per almeno un’ora settimanale, utilizzando gli spazi di autonomia e flessibilità del curricolo e inserendolo nel proprio Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF). Senza alcun riferimento alla copertura finanziaria dell’operazione, si suggerisce alle scuole due possibili modalità organizzative: l’utilizzo in orario curricolare della decima ora di Approfondimento di materie letterarie su classe intera o su gruppi paralleli di studenti a classi aperte oppure come attività in orario extracurricolare, anche appoggiandosi eventualmente a esperti esterni o eventualmente tramite apposite convenzioni con istituti superiori dove il Latino è già insegnato.
La seconda opzione è difficilmente realizzabile perché comporterebbe una spesa non precisamente quantificabile da parte delle scuole dell’autonomia - i cui bilanci sono già in sofferenza a causa delle quote del FIS di anno in anno in costante e progressiva riduzione - una spesa, almeno per il momento, niente affatto sostenuta dal MIM mediante stanziamento di appositi fondi. Inoltre, qualora il personale interno non avesse le competenze o piuttosto non fosse disponibile in numero sufficiente per svolgere le ore ore aggiuntive pomeridiane necessarie a fronte delle richieste, ciò porterebbe gli Istituti a sobbarcarsi il carico di lavoro e la responsabilità di indire bandi di affidamento e di selezionare “esperti esterni”, esponendo una volta di più la scuola pubblica ai rischi del “mercato”. Tuttavia anche la prima opzione, quella in orario curricolare, se da un lato risolverebbe il problema economico, presenterebbe comunque criticità e determinerebbe allarmanti conseguenze.
L’insegnamento opzionale di una disciplina in orario curricolare, oltre alla difficoltà organizzativa di prevedere vigilanza e attività adeguate anche per gli alunni che abbiano esercitato il loro diritto a NON scegliere lo studio del Latino, si potrebbe configurare come una diminutio delle trenta ore obbligatorie settimanali e dunque una mancata garanzia del diritto allo studio. D’altra parte, se a tutti gli effetti inserito nell’orario curricolare, dovrebbero essere quanto meno preventivate rubriche e modalità di valutazione, cosa di cui non si fa cenno nella normativa di riferimento.
L’invito a destinare all’insegnamento del Latino la decima ora della cattedra di Lettere, che dalla Riforma Gelmini in poi non a caso è chiamata di Approfondimento di materie letterarie isolandola di fatto dalle restanti nove ore, fa anche pensare che ciò costituisca in prospettiva la premessa per una prossima rimodulazione della cattedra, riducendo a nove le attuali dieci ore settimanali, già a loro volta tagliate dalla riforma di diciassette anni fa. Scorporare la tristemente famosa decima ora dal monte ore settimanale in funzione del Latino significherebbe, di fatto, anche ridurre a tre in totale le ore per la Storia e la Geografia (in linea con quanto da qualche anno è già operativo nel biennio del secondo grado) e ricomporre la cattedra al numero “magico” di 9h+9h (anziché a 10h+8h), che consente di “utilizzare” un solo docente per due classi intere, con un evidente risparmio sull'organico di diritto. La decima ora di Latino, a questo punto, potrebbe essere affidata, alla maniera della Materia Alternativa alla Religione, per completamento orario o come ora aggiuntiva, con diversa retribuzione.
Funzionale a questa direzione sembrerebbe essere anche la mancata definizione nella nota ministeriale dei requisiti necessari per accedere all’incarico dell’insegnamento del Latino (non è chiarito se ai docenti basterà il titolo d’accesso alle graduatorie o se sarà richiesta l’abilitazione specifica). Oggi la spada di Damocle pende sulla cattedra di Lettere, per mezzo del Latino, ma chi ci dice che nel prossimo futuro non venga minacciato, tanto per dire, il monte ore settimanale di Scienze mediante l’introduzione opzionale delle celebrate materie Stem?
Semel in anno licet insanire?
Come noi docenti di buona volontà potremmo opporci al folle scenario che si prospetta? Cominciando col non impazzire. Limitandoci a pensare solamente al prossimo anno scolastico, cioè non precorrendo i tempi. La circolare 1312 dice in modo assertivo che le scuole introdurranno già nell’a.s. 2026/27 il Latino come opzione nelle classi seconde e terze. L’uso del modo indicativo, anche se coniugato al tempo futuro, presuppone, è vero nella consuetudine del linguaggio amministrativo una prescrizione, tuttavia il Decreto 221 dal quale la circolare stessa prende le mosse, dice in realtà che le scuole potranno introdurre il Latino già dal prossimo anno. Se l’interpretazione si rivelasse corretta, l’introduzione da Settembre non sarebbe affatto un obbligo.
Inoltre le Nuove Indicazioni Nazionali entrano sì in vigore dall’a.s. 2026-27, ma solamente per le classi iniziali delle scuole del primo ciclo, le classi successive continuano invece ad avere come riferimento le precedenti Indicazioni e per queste quindi il curricolo può rimanere invariato. Poiché per il Latino alla secondaria di primo grado l’indicazione è relativa alle classi seconde e terze, abbiamo ad oggi ancora a disposizione oltre un anno. Intanto noi docenti potremmo, pure nei confronti della reintroduzione del Latino al primo grado, fare ciò che davvero ci compete - per formazione e per mestiere - ovvero pensare liberamente, senza forzose “indicazioni”, a cosa insegnare e a come farlo, ricordando ancora una volta che il Decreto Ministeriale n. 221 non contiene programmi, dunque la obbligatorietà delle sue disposizioni è limitata alle competenze attese e agli obiettivi.
Non sono invece da considerare obbligatori né i contenuti, né le metodologie indicate. Intanto i Collegi Docenti, oltre a rivendicare il proprio mandato istituzionale di organo (pensante e) deliberante prendendo posizione sul valore dell’iniziativa, dovrebbero attendere almeno che il Ministero faccia lo sforzo di definire con quali risorse, umane e finanziarie, attuare la sua proposta.
