CHE SENSO HA VIETARE LO SMARTPHONE IN UN MONDO DIGITALE?

di Sandro Ciarlariello

 

Ho questo ricordo, nitido, di me che guardavo fuori dalla finestra dell’aula. Oltre i vetri, il cielo terso, azzurro, sovrastava delle dolci colline sempre più verdi, piene di boschi. Erano così vicini quei boschi, ed era una così splendida giornata. Fuori, però.

Dentro, racchiuso tra quelle mura mi trovavo io. Anche se, a un tratto, mi pareva di sentire nitidamente il rumore dei miei passi tra gli alberi, nei campi e, in lontananza, una voce all’inizio flebile ma poi sempre più intensa, che richiamava il mio nome “sandro...sandro...sandro...SANDRO!”.

 

Era la professoressa. E no, io non ero nei boschi, ma nell’aula in cui svolgevo i miei doveri da iscritto alla seconda media. Il richiamo all’ordine naturale delle cose mi aveva fatto tornare a guardare la cattedra, la lavagna: i miei occhi non girovagano più ormai i quei boschi poco distanti dal mio banco. Le mie orecchie si erano sintonizzate di nuovo sulle frequenze vocali della professoressa e ormai non udivo più il calpestio dell’erba. Poi, ecco la campanella. Driiin.

 

Mi chiedo spesso come sarebbe stata la mia giornata scolastica da studente se avessi avuto uno smartphone: a voi non capita mai? E a voi docenti? Chissà se la finestra mi avrebbe comunque attratto allo stesso modo in cui uno smartphone agisce ai giorni nostri. Certo, si tratta di dipendenza diverse, perché lo smartphone ridefinisce l’altrove, anche a scuola: da una parte c’è voglia di essere altrove con il proprio corpo, dall’altra la voglia di comunicare con l’altrove, che magari può essere anche l’aula di fronte. Entrambi sono modi di esplorare alternative che nella attuale rigidità dell’aula forse ci sono state sempre con disagio, come le emozioni adolescenziali, oppure che non potrebbero mai starci, come i boschi oppure il cielo.

No, il cielo non c’è mai stato in un’aula, ne sono certo.

 

Neanche internet per anni è mai stato in aula: poi è entrato, all’improvviso. Ma non è entrato con gli smartphone, bensì con le LIM, le lavagne digitali, quindi imposto.

Non proropente come il cielo, certo, ma quasi.

Dopo la LIM abbiamo avuto il Registro Elettronico e questo ha iniziato già a distorcere di più lo spazio dell’aula: quando oggi per fare l’appello clicchiamo su un dispositivo (che sia un PC, una LIM, un tablet o uno smartphone) allora stiamo dicendo, con il nostro corpo, che il nostro stare in aula è digitale. Inevitabilmente poi sono arrivati anche gli smartphone, pian piano a quasi tutte le età: dall’adolescente che scopre il mondo, allə docente che è costrettə a usarlo per mail e Registro.

 

Lo smartphone è un dispositivo tecnologico privato, con un costo che va dalle poche alle molte centinaia di euro. Nel corso del tempo è diventato una vera e propria appendice del corpo: serve per le mail di lavoro, per usare lo SPID, per gestire il conto in banca. Ne siamo completamente soggiogati e forse non ci siamo neanche resə conto che ciò stesse accadendo in questi anni.

Ormai non riusciamo più a farne a meno, molte persone considerano impossibile rinunciarci, anche coloro che hanno passato più di metà della loro vita senza. Questo perché lo smartphone non è una tecnologia avulsa dal sistema socio-economico in cui si era immersi anche prima della sua invenzione. Lo smartphone è il risultato dell’evoluzione dello stato delle cose e non ha fatto altro che rendere estremamente palese ciò che il sistema produttivo ci ripete da decenni: dobbiamo essere sempre connessi (in ogni senso) ma non puoi connetterti a ciò che vuoi, devi connetterti solo a ciò che decide il sistema produttivo per te.

 

Evitare che lə studenti non usino lo smartphone per almeno una parte della giornata, come ha prescritto il ministero dell’istruzione (e del merito) nella circolare del 16 giugno 2025, può sembrare una contraddizione delle istituzioni neoliberiste. Da un lato, le notifiche che fanno vibrare i nostri smartphone, i like che arrivano ai nostri post sui social, lo scrolling infinito fino al momento (che non arriva mai) in cui troviamo un contenuto interessante: sono tutti meccanismi che generano scariche di dopamina nei nostri cervelli e che ci fanno sentire bene. L’uso dello smartphone è una vera e propria dipendenza, come ha affermato l’Istituto Superiore di Sanità. E, in tutto questo, le richieste della vita quotidiana che ci costringono a usare lo smartphone e determinate app non fanno altro che esacerbare il meccanismo di dipendenza, rendendo impossibile un distacco totale. Ma se da una parte il problema della dipendenza tecnologica esiste, tale problema allora esiste per tutte le età, non solo per chi è adolescente. Quindi porre un limite all’uso dello smartphone sembra avere molto senso.

Ma, d’altra parte, questa dipendenza è essenziale per il sistema economico in cui viviamo. In un mondo sempre più digitale, una popolazione che non usa i dispositivi digitali non è auspicabile per chi fa profitto. Perché allora un governo di un paese OCSE come l’Italia, dopo aver incentrato tutto il sistema educativo sulla produttività per mezzo della didattica per competenze, decide di emanare una circolare per limitare l’uso degli smartphone a scuola? Il divieto di uso degli smartphone a scuola non è solo proibizionismo per sanare una dipendenza, perché per due terzi della giornata – per fortuna – la circolare del ministero non arriva con i suoi tentacoli.

Piuttosto, la circolare che vieta l’uso degli smartphone è soprattutto un divieto di immaginazione, un divieto di pensare un mondo diverso. Questo è il vero divieto. Provo a spiegare il mio pensiero.

A parole, la circolare del ministero del 16 giugno 2025 cita una ricerca dell’OCSE del 2024 dal titolo: “From decline to revival: Policies to unlock human capital and productivity”, la quale ipotizza un rapporto causa-effetto tra il calo della produttività nella società e il calo dei risultati nei test PISA che si fanno nelle scuole ogni tre anni. Naturalmente, se due cose calano nello stesso periodo di tempo non vuol dire per forza che siano l’una conseguenza dell’altra. Può essere semplicemente un caso. Ma secondo l’OCSE la produttività in Italia è calata per una grossa fetta a causa della scuola. Di chi è la colpa di questa ipotetica correlazione? Ma lo smartphone, ovvio, secondo l’OCSE. Nella ricerca infatti si giunge alla conclusione, come potete immaginare, che chi usa lo smartphone fa meno punti ai test PISA.

Messa così, il ministero sembra dirci che per l’aumento del PIL dell’Italia dipende in modo fondamentale dai risultati ai test PISA e quindi niente smartphone a scuola.

 

Come se non bastasse, oltre al divieto ministeriale, la società ci mette pure il carico da undici colpevolizzando lə studenti perché giudicatə in balìa dei social, degli algoritmi, presə addirittura dall’unico desiderio di diventare influencer. Ma occorre ricordare, di nuovo, che siamo di fronte a una dipendenza indotta proprio dalle stesse aziende Big Tech come Meta, TikTok, Google, Microsoft, Netflix, Spotify, Amazon (giusto per citarne alcune, l’elenco è sempre più lungo...) che si basano su algoritmi che lavorano solamente per farci restare sulle piattaforme più tempo possibile, così da acquisire dati su dati e trarne profitto per i dividendi degli azionisti. Già Mark Fisher nel 2009 nel suo libro Realismo Capitalista affrontava con perspicacia questo argomento riconoscendo piuttosto lə adolescenti come vittime dell’incontenibile sistema neoliberista in cui siamo tuttə immersə.

 

Infatti, oltre all’ossessione valutativa e performativa per ogni aspetto della vita sociale per mezzo di test standardizzati, la natura di questo provvedimento di divieto degli smartphone fa emergere un aspetto notevole della visione del governo nei riguardi del mondo educativo: la scuola appare solo come un laboratorio per generare forza lavoro e consumatorə, nient’altro. In un contesto del genere lo smartphone, anche se strumento principale del consumo odierno, può restare fuori dalle aule per far sì che le scuole tornino a fare business as usual; tanto poi lo smartphone verrà ripreso dallə ragazzə per tutto il resto della giornata, senza intaccare le aspettative di profitto del sistema, e il sistema scolastico può lavarsene le mani: i test PISA sono salvi, la produttività è salva (così dicono).

 

Così, sull’altare del PIL la scuola sacrifica per l’ennesima volta una sua responsabilità sociale, quella di criticare collettivamente lo status quo e immaginare un mondo in cui tutte le singole persone possano davvero incidere sul futuro. Ma è evidente che la scuola è gattopardesca, in questo momento storico soprattutto, e non considera minimamente questa funzione come propria: la didattica e la tecnologia devono cambiare, ma solo per far restare tutto com’è.

Estromettere lo smartphone dalle aule rende sicuramente molto più difficile una riflessione critica e sociale sulle dinamiche quotidiane relative ad algoritmi, app e dispositivi. Questo perché il divieto demonizza ufficialmente l’argomento e lo considera al di fuori delle prerogative di discussione scolastica. In un simile contesto è quanto meno estremamente problematico poter discutere liberamente di qualcosa oggetto di repressione all’interno della stessa istituzione che reprime.

La scuola, nelle diramazioni di molti docenti supportatə dal divieto ministeriale, ha un alibi di ferro per abdicare alla sua potenziale funzione trasformativa della società.

Se non si riflette criticamente a scuola, dentro le aule intendo, dello strapotere algoritmico delle Big Tech, dove potranno altrimenti farlo lə nostrə ragazzə? Se non si esplorano insieme, in classe, tra pari e con lə docenti, i meccanismi che causano la dipendenza algoritmica, quale altro luogo potrà essere veramente franco? La circolare ministeriale relega l’uso dello smartphone alle ore non scolastiche, mettendo quindi automaticamente la scuola fuori da questa partita di sviluppo del pensiero critico. Le Big Tech potranno sviluppare indisturbate i propri algoritmi e aumentare i profitti e le disuguaglianze, senza che gli occhi indiscreti della riflessione collettiva possano avere occasione di creare consapevolezza e presa di coscienza su questi temi.

 

Impossibile immaginare un mondo diverso in queste condizioni.

Divieto di immaginazione, appunto. Ogni volta che il mondo è troppo grande per le anguste aule delle nostre scuole e le pareti scricchiolano per allagarsi, ecco che arriva un tappo o una toppa, un richiamo all’ordine, una repressione di ordinaria amministrazione (tramite circolare) per non disturbare troppo il normale fluire della società fuori. Tu che sei dentro l’aula, se tutto va bene, al massimo potrai adattarti al mondo che già esiste.

La circolare fa proprio questo: con la scusa di auspicare maggiore concentrazione nelle aule e un ritorno al serio e inoppugnabile lavoro di verifica delle conoscenze del docente, in realtà desertifica le possibilità di vivere nel problema, staying with the trouble direbbe Donna Haraway, e lavorare insieme per uscirne, studenti e docenti.

Allora non bisogna rassegnarsi a questo epilogo già scritto: non pensiamo che lə nostre ragazzə oggi nelle nostre aule saranno solo utenti di una società plasmata da algoritmi domani.

Altrimenti, se andrà esattamente così, sarà anche nostra responsabilità che abbiamo deciso di seguire acriticamente i dettami di una circolare. Infatti non mi pare di vedere un grande dibattito sul tema, purtroppo.

 

Anche per me vent’anni fa, era vietato guardare il mondo fuori dalla finestra della scuola ed ero obbligato a restare con mente e corpo con la mia insegnante che parlava. Era la cosa giusta da fare, non mi sarei mai sognato di mettere in discussione lo stato delle cose, almeno io: c’era da proseguire il percorso tracciato, andare avanti lungo una retta già disegnata da altrə. A proposito, ma era una professoressa o un professore? E poi, di cosa stava parlando? Non me lo ricordo. Invece ciò che ho visto fuori dalla finestra, le sensazioni che ho provato, quelle sì, quelle me le ricordo.