UN ANNO. QUALE SCUOLA?

di Mario Schiavon

 

Quale scuola ci attende? Rispondo rivolgendo lo sguardo al passato prossimo, dall’inizio dello scorso anno scolastico fino agli ultimi mesi: un anno abbondante di scuola segnato dai provvedimenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM). Elencandone alcuni, si scorgono dei fili comuni, che indicano la direzione tracciata per la scuola futura. Innanzitutto il filo della propaganda, perché le questioni sono state affrontate con superficialità, senza risorse e sulla pelle dellə insegnanti. Poi il filo della chiusura, di un ulteriore sbilanciamento verso la dimensione privata e nazionale, a svantaggio di quella collettiva e globale.  E infine il filo del potere, del rapporto di forza, dell’autorità. Rimane un filo di speranza?

 

Settembre 2024. Si apre l’anno scolastico e vengono pubblicate le Linee Guida per l’Educazione Civica, che era diventata disciplina curricolare già dall’anno scolastico 2020-2021, grazie alla legge 92 del 2019 promossa dalla Lega. La forma prevale sulla sostanza: è necessario redigere un programma e attribuire voti, per sottolinearne la pari dignità con le altre materie.  Nelle Linee Guida pubblicate dal MIM nel 2024 si sottolinea la necessità di “approfondire il concetto di Patria” e “riconoscere il valore dell’impresa e dell’iniziativa privata”. Un ripiegamento verso la dimensione individuale e nazionale che ricomparirà nelle Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola del primo ciclo pubblicate all’inizio del 2025.

 

L’anno scolastico 2024-2025 è anche quello del varo del Liceo del Made in Italy, introdotto con la legge 206 del 2023,  “Al fine di promuovere, in vista dell'allineamento tra la domanda e l'offerta di lavoro, le conoscenze, le abilità e le competenze connesse al made in Italy.”  L’attivazione di questo percorso dovrebbe avvenire “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, quindi a discapito di indirizzi già esistenti, come il liceo delle Scienze Umane con Opzione Economico-Sociale. C’è mobilitazione nei collegi docenti contro questa proposta, vissuta come propagandistica e abbozzata: diritto ed economia diventano del made in Italy e il percorso è presentato alle scuole senza che si conosca il piano orario del triennio. A oggi, l’iniziativa può essere considerata un fallimento, con poche centinaia di iscrittə a livello nazionale.

 

Febbraio 2025. Viene approvato il decreto continuità (o decreto precarietà, come sarebbe più appropriato chiamarlo), che introduce la possibilità di confermare per l’anno scolastico successivo lə insegnati di sostegno con un contratto a tempo determinato. La conferma è però subordinata alla richiesta della famiglia e al parere positivo della dirigenza scolastica. L’insegnate confermatə può essere licenziatə a fine giugno per essere riassuntə a settembre: insegnare diventa così un impiego stagionale. Il provvedimento avrebbe lo scopo di “assicurare la continuità educativa e didattica nelle classi ove sono presenti alunni e studenti con disabilità”.  Ma persegue una continuità educativa posticcia, ottenuta sulla pelle dellə insegnanti e senza finanziare le cattedre a tempo indeterminato che sarebbero necessarie: analizzando i dati pubblicati dall’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna, il Coordinamento Precariə di Bologna ha stimato che il sostegno è la materia con più insegnanti precariə, circa il 50% sul totale.   

 

Giugno 2025. Il 16 giugno viene pubblicata l’Ordinanza ministeriale sul divieto di uso degli smartphone. Già vietati durante le lezioni per usi non didattici, dall’anno scolastico 2025-2026 il divieto è totale, dalla prima all’ultima campana, anche per fini didattici. L’uso è consentito solo allə studenti con disabilità o negli indirizzi tecnici in cui si studiano matrie relative all’informatica e alle telecomunicazioni. Il motivo del divieto citato nell’ordinanza è la correlazione tra l’uso dei dispositivi e gli effetti negativi sulla produttività e lo sviluppo del capitale umano, riportata da un rapporto dell’OCSE del 2024. Gli effetti negativi sullə studenti sono misurati con il peggioramento degli esiti nelle prove standardizzate. L’ordinanza ministeriale non affronta le cause del fenomeno. Semplicemente, tenta di nasconderlo e tenerlo fuori dalla scuola, che, fra l’altro, continua a impiegare registri elettronici e altre applicazioni per la didattica che richiedono l’uso dei dispositivi digitali.

 

Giugno-Luglio 2025. Durante gli esami di stato alcunə studenti rifiutano di sostenere la prova orale, per criticare il sistema di valutazione vigente. Il Ministro promette vendetta, che arriverà con l’ordinanza per l’esame di maturità dell’anno scolastico in corso (2025-2026), in cui il mancato sostenimento dell’orale comporta la bocciatura.

 

Agosto 2025. Arrivano le  Linee guida per l’Intelligenza Artificiale. Negli intenti del Ministero, l’introduzione di questa tecnologia nella scuola dovrebbe influire sulla pratica didattica e sul lavoro amministrativo, verso una maggiore efficienza e un risparmio di risorse economiche e umane. Personalizzazione e inclusione sarebbero delegarle alla macchina, anziché facilitando la relazione umana, che potrebbe essere ottenuta con la diminuzione del numero di studenti per classe. Non sono affrontati i problemi di accessibilità della tecnologia (di proprietà di poche e grandi aziende), sfruttamento dei dati (anche per fini militari), opacità degli algoritmi e accentramento del controllo sui processi. Per come è presentata, l’introduzione dell’IA nella pratica didattica pare un tentativo di industrializzare e automatizzare anche il lavoro della conoscenza. 

 

Settembre 2025. Un nuovo anno scolastico ha inizio sotto una cappa di silenzio, nonostante la situazione  internazionale e il genocidio in Palestina. Nascono movimenti spontanei nella scuola, che tentano di portare la questione nei collegi dei docenti: con qualche successo iniziale seguito da una censura crescente.  Per rafforzare il muro del silenzio e limitare le iniziative scolastiche sul tema, il 7 novembre 2025 arriva la Circolare ministeriale sulla parcondicio nei dibattiti. È ribadita la necessità del contraddittorio in tutte le attività didattiche, per tutelare l’uguaglianza di tutte le opinioni ed evitare gli squilibri che potrebbero pregiudicare la libertà di espressione dellə studenti, apparentemente privi dello spirito critico necessario per elaborare le idee che vengono loro proposte (come probabilmente ritiene anche Azione studentesca, visto il sondaggio

per segnalare lə “insegnanti di sinistra”). Il risultato è un maldestro tentativo di censura, che lascia trasparire un complesso di inferiorità culturale.

  

Termina qui un elenco incompleto che potrebbe continuare, con una nota di speranza, tra fili neri che sembrano legare ancor più strette le mani della scuola. La speranza sta nel tenere fissi alcuni orizzonti e organizzarsi nelle scuole in piccoli gruppi resistenti, che intervengano nei collegi e si incontrino per discutere. Una scuola resistente parte anche da qui: dal non restare in silenzio.