UNA STORIA MISTERIOSA,

DA LEGGERE IN CLASSE ENTRO E NON OLTRE GLI OTTO ANNI.

di Gianluca Gabrielli

 

Mi è capitato spesso, in prima o seconda, a volte anche in terza, di aprire un giornale o un libro e di mettermi a leggere ad alta voce qualcosa alla classe, introducendo all'interno della lettura i nomi dei bambini stessi come se fossero presenti nel testo. A volte l'ho fatto per ricatturare la loro attenzione in momenti di distrazione, altre volte proprio per puro spirito giocoso e curiosità. La reazione è sempre la stessa: grande stupore, meraviglia, incredulità e tanto piacere. Qualcuno chiede di verificare, di controllare, ma per me è facile bluffare e proseguire con il gioco. Così nasce subito una specie di patto sottinteso e condiviso tra chi insegna e la classe che fa sì che si possa continuare a leggere intercalando ogni tanto i nomi dei bambini presenti e che loro si godano questa magia con rinnovata attenzione. Una sospensione parziale del principio di realtà, qualcosa di simile a quello che accade rispetto all'esistenza di Babbo Natale.

Qualche anno fa mi sono trovato a sfruttare questa articolazione magica della lettura per creare una storia; nell'idea iniziale doveva essere una "piccola" narrazione destinata ad esaurirsi rapidamente, in due o tre letture, ma lo sviluppo è stato ben diverso. Ho preparato a casa il primo capitolo di un racconto in cui venivano citati i bambini della classe e l'ho fatto apparire magicamente nell'astuccio di un bambino... Immediatamente si è creato il clima del mistero: “cos'è questo testo?”, “leggiamolo!”, “come sarà apparso in quell'astuccio, chi potrebbe averglielo messo?”. Mistero ed eccitazione sono cresciuti alla lettura fatta da me ad alta voce, soprattutto quando progressivamente capivano che quel testo parlava di loro, non di una cosa che effettivamente avevano fatto ma di qualcosa che avrebbero potuto fare. Il gioco quindi consisteva nel collocarli all'interno di un'avventura e raccontargliela, leggergli una storia in cui loro stessi si ritrovavano protagonisti.

Come ho scritto, la storia doveva essere breve, ma progressivamente è cresciuta, la reazione delle bambine e dei bambini è stata molto stimolante tanto che mi veniva voglia di aggiungere sempre nuove situazioni, risvolti, piccoli colpi di scena ed era difficile chiuderla. Ad un certo punto ho anche chiesto ai bambini come pensavano che l'avventura sarebbe continuata e sulla base di alcuni dei loro pensieri ho articolato parti della narrazione (magia ancor più grande quando ritrovi i tuoi pensieri nel racconto). Alla fine ne è venuta fuori una storia in 34 capitoli, una narrazione avventurosa e misteriosa – un po’ Robinson Crusue, un po’ L’isola misteriosa - che ci ha tenuti incantati e appassionati per tre mesi di scuola. Ogni nuovo capitolo sbucava nei posti più impensati: una volta ci veniva consegnato da un collaboratore scolastico dicendo che glielo aveva lasciato una signora sconosciuta, un'altra volta appariva nel contenitore delle merende, un'altra ce la portava l'insegnante di un'altra classe, spesso compariva dentro gli zaini o negli astucci. A volte alcuni bambini mostravano di avere capito l'origine di quei foglietti, qualcuno provava dire che erano un prodotto dei maestri, altri proponevano una specie di perizie calligrafiche, ma il fascino dell'operazione era tale che mettevano tra parentesi il bisogno di indagine per godersi il fascino della magia.

Una delle cose che mi è apparsa più interessante in questa strana attività didattica è stata la forza dell'effetto pigmalione che si produceva ogni volta che il nome di una bambina o un bambino veniva collocato in una situazione. Se leggevo che Emilia catturava i granchi di cui era una grande esperta, potevo stare sicuro che la bambina nei giorni seguenti avrebbe cercato informazioni sui granchi, sulla loro vita, e avrebbe maturato il desiderio di vederli e di toccarli realmente. In un passaggio del racconto si dice che un pescatore offre ai bambini della classe pesce secco particolarmente puzzolente e che una bambina si offre per assaggiarlo, salvando i compagni dalla rivoltante fatica: ebbene, il giorno in cui ho letto questo capitolo ha portato del pesce secco e metà della classe l'ha assaggiato, ovviamente compresa la bambina citata nel racconto. Insomma, la lettura diventa una possibilità di far vivere ai bambini situazioni disparate facendoli immedesimare, una specie di metodo stanislavskij dell'ascolto.

Sulla base del primo racconto, ovviamente cambiando i nomi e alcuni passaggi, ho ripetuto l'esperienza in altre due classi. Il divertimento e il piacere, per loro e per me, è rimasto lo stesso. Quest’ultima volta quando nel testo si incontravano cose strane o desuete ho approfittato spesso per aprire piccole parentesi concrete (mentre prima mi accontentavo di aprire finestre sulla lim). Così se veniva citato un fiammifero il giorno dopo facevo la dimostrazione con questo strumento novecentesco, se si parlava di datteri o di noci di cocco poi arrivavano datteri e cocco per tutti. La storia quindi, almeno in piccola parte, è veramente diventata un’esperienza anche tangibile.

Questa direi che è stata l’ultima volta che ho usato in classe questa storia, per mie banali ragioni anagrafiche. Così ho pensato di mettere a disposizione di colleghe e colleghi la matrice del racconto, con nomi fittizi al posto dei nomi dei bambini, facilmente sostituibili con la funzione cerca/sostituisci. Di seguito copio il primo capitolo, mentre troverete il pdf dell' intero racconto scaricabile a fondo pagina.

Ovviamente come maestre e maestri scrivere in prima persona la narrazione è bello e divertente, la si può nutrire delle proprie passioni e la si può adattare alla classe. Però tante volte non abbiamo il tempo di preparare da zero le attività, quindi ho pensato che, a qualcuno che volesse sperimentare l’esperienza, potesse fare piacere avere a disposizione questa matrice da usare anche solo in parte, alleggerendo il lavoro di preparazione. Una specie di Open Educational Resources (OER), come raccomanda di fare l’Unesco. Buona avventura a tutt*.

 

Il racconto è costruito su 24 bambini, 12 femmine e 12 maschi. I ruoli non hanno caratterizzazioni di genere, mentre alcuni bambini compaiono meno volte (si erano trasferiti).

 

UNA GITA DEL TUTTO SPECIALE

 

Capitolo 1: La gita scolastica

La pioggia non smetteva di cadere.

Il pullman stava portando i bambini della classe 2 B della scuola ****** a visitare il Museo del mare. Ormai era già arrivato al porto, cioè dove stavano le navi.

La pioggia era torrenziale, intensa, battente, scrosciante, insomma: fortissima. RADU disse: è ancora mattina ma sembra già sera, perché c’è pochissima luce”.

I bambini e le bambine scesero dal pullman e si avvicinò a loro un signore, un pescatore che aveva una barca, con cui si guadagnava da vivere pescando ogni mattina e poi vendendo il pesce. Oggi non era riuscito ad uscire in mare perché il mare era agitato, in burrasca, con grandi onde, e non sarebbe riuscito a gettare le reti. Così aveva pensato di offrire a quei bambini del pullman la possibilità di visitare la nave, di vedere da vicino come era fatta una barca di pescatori, cioè un peschereccio.

Il pescatore parlò a GIUSEPPE, che guidava la fila insieme a SHARAHZAD:

«Salve, sono un pescatore, la mia barca oggi è ferma, forse vi fa piacere vedere come è fatta, vi chiedo solo un contributo di 20 euro».

GIUSEPPE e SHARAHZAD, capofila per quel giorno, si guardarono e si consultarono, cioè parlarono tra loro: in fin dei conti pioveva fortissimo e passare mezz'ora al coperto nella stiva di una nave (cioè nella zona che stava sotto ed era coperta) poteva essere interessante e un'occasione per ripararsi dal temporale. Così comunicarono ai compagni la scelta e chiamarono ZHI HAO, il tesoriere del gruppo, che aprì il portafogli e diede al pescatore i 20 euro decisi.

Il pescatore sorrise e gli disse di seguirlo. Così di seguito tutti i bambini della classe salirono sulla passerella mobile che univa la banchina del porto alla barca, reggendosi bene con le mani alla corda che proteggeva il passaggio.

Il peschereccio era molto grande, colorato di bianco con strisce rosse e blu, aveva grandi salvagenti bianchi e rossi, corde grosse e reti per la pesca, e in alto sventolava una bandiera arcobaleno.

Il pescatore chiamò due bambini, PETER e VIKRAM, che stavano già curiosando nelle reti da pesca. Poi si avviò sulla destra, entrò in una porta e scese una scala per andare sotto coperta. Tutta la classe seguiva con interesse e quando furono in fondo videro una grande sala frigorifera dove veniva depositato il pesce pescato. I bambini si avvicinarono e videro che in una zona c’erano ancora dei granchi vivi dalla pesca del giorno precedente che si muovevano lentamente. MAYA, una delle bambine più curiose e coraggiose della classe, si avvicinò subito al granchio e volle provare a toccarlo ma… ahi! Fu punta dalle piccole chele (pinze) dell’animale. Subito si avvicinò il pescatore che disse a MAYA di non preoccuparsi; poi le insegnò il modo di prendere i granchi senza farsi pizzicare:

«Li devi prendere da dietro, dove non riescono ad arrivare con le chele!».

Così MAYA provò subito il suggerimento e prese con la mano quel granchio simpatico ma un po’ “pungente”.

Poi il pescatore guidò la classe verso la sala degli strumenti, dove erano depositati gli attrezzi per la pesca: reti, canne, ami, fili, esche, galleggianti. Qui fu THIAGO a non riuscire a trattenersi. Poiché era abbastanza curioso di pesca, si lanciò con le mani nella cassetta degli strumenti; ma anche per lui ci fu una dolorosa sorpresa: ahi! Un amo si ficcò nel dito di THIAGO. Il bambino però non si preoccupò più di tanto: aveva già vissuto l'esperienza del dolore e sapeva che bisogna rimanere calmi; così provò a staccare l’amo dal dito e rassicurò tutti i compagni e il pescatore sulle sue condizioni: nessun problema, tutto a posto.

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