CORPO INSEGNANTE

Riflessioni a seguito di un recente collegio dei docenti

di Igor Pelgreffi

Pensieri inattuali

Le righe che seguono nascono un po’ prima e un po’ dopo l’ultima riunione del Collegio dei docenti, 8 ottobre 2025. Sono inattuali, probabilmente: fuori tempo, poco centrate, vaganti. Mi piaceva pensare che questo nostro collegio dei docenti, l’assemblea più importante, più significativa della nostra vita scolastica, comune e individuale, si sarebbe potuta esprimere su questioni centrali quali Gaza, il massacro di un popolo, la sistematica violazione dei diritti umani. In quel quadro, per quanto mi riguarda, si inseriva anche, ma non solo, il tema dell’interruzione di ogni collaborazione con la Leonardo spa. Potrei fermarmi qui. In effetti, non ve lo nascondo, sono rimasto fermo là, un po’ spiazzato. Come me, penso anche diverse e diversi di noi.

Tuttavia, a qualche ora di distanza mi sorprendo, nonostante tutto, a ragionare sull’importanza, direi sulla pregnanza del collegio dei docenti. Paradossalmente, ancora più di prima. Lo sappiamo: quadro normativo, regolamenti, prescrizioni, ordinamenti, riforme (le chiamano così…) via via hanno svuotato il senso e il valore del collegio in quanto assemblea, il senso e il valore del “noi”: soggetto plurale. Certo. Ma è forse questo dato di fatto, nella sua povertà, l’unico elemento di realtà? Dalla circostanza che una certa dimensione tecnocratica sia oggi predominante nella scuola (e non solo…) deriva forse che tutte le altre dimensioni siano irrimediabilmente perdute, destinate all’atrofizzazione e all’oblio? Questa domanda ne solleva un’altra. Una domanda importante, peraltro, per chi insegna: che posto può avere l’espressione libera (se qualcosa come “la libertà” esiste) all’interno delle maglie, sempre più strette, degli “spazi educativi” in cui ci muoviamo? Vexata quaestio.

Dove andiamo?

Posso sbagliarmi, ma in queste settimane l’aria che si respira è diversa. Chissà: forse è solo l’ingenua proiezione di un animo frustrato da decenni di immobilismo improduttivo. Ma… l’impressione è che qualcosa cosa stia cambiando, anche solo rispetto a 2, 3 o 5 anni fa. Mi riferivo, come dicevo, paradossalmente, proprio al collegio dei docenti.

Per molto tempo mero spettatore passivo, organo di registrazione meccanica dell’esistente, inutile assemblea chiamata sostanzialmente a ratificare quanto previsto altrove, forse oggi inizia a ritrovarsi, a ri-formarsi e al contempo a riscoprirsi nella sua funzione originaria – anche oltre gli steccati istituzionali – cioè quella funzione di indirizzo e di sensibilità che è – o dovrebbe essere – necessaria per la scuola intera, per il suo “sviluppo strategico”, per dirla con la retorica media ufficiale.

Intendiamoci: sto parlando di un ri-formarsi minimo, per ora poco visibile e purtuttavia intenso, immanente, concreto persino. Sto parlando di una dinamica che non sappiamo ancora dove possa condurci e quali forme potrà esprimere. Ma ciò non è necessariamente un male.

Dove stiamo andando?

Ce lo chiediamo, forse sempre meno, in quanto lavoratori del settore Education: sempre in movimento, molecole che si agitano in attività, progetti, riunioni, piani di studio, corse, affanni… ma qual è il vettore? Dove stiamo andiamo? Sia come sia, gli eventi ci scavalcano: non è più questa la domanda principale. La questione è diversa: che direzione prendere, nella nostra scuola, in questo momento storico così denso, ambiguo e drammatico, un momento che potremmo definire “senza precedenti”?

Le mobilitazioni recenti, i dialoghi accesi tra noi in sala insegnanti, nei corridoi, in piazza, in treno, tutto mi pare esibire la forza e l’emergenza di una nuova spinta affermativa. Ma è davvero così? È presto per dirlo. Lasciando risuonare le armoniche di questa domanda, a questa riflessione se ne associa, nella mia mente e nel mio cuore, un’altra, che le è strettamente connessa.

Responsabilità storica

Non ci giro intorno: non possiamo voltare la testa dall’altra parte. Sappiamo tutte e tutti a cosa mi riferisco. Ma voglio dirlo meglio: non possiamo trascurare la spinta emotiva, prelogica, corporea dovuta all’orrore che irrompe nelle nostre vite, individuali e collettive. Non possiamo ignorare “il grido di dolore che si leva” da lontano, i corpi martoriati, l’umiliazione di un popolo, così come non possiamo sottrarci a quella specie di forza irriflessa che oggi fa tremare i nostri corpi e, assieme, li rianima. Ed è una pressione che è sia interna che esterna a “noi”. Dentro e fuori: assieme. Dunque, una spinta reale.

Non possiamo voltarci dall’altra parte: ne va della nostra umanità, è stato detto molte volte. Ed è del tutto evidente come tale questione sia strettamente interallacciata alla sfera didattica. Noi insegniamo innanzitutto con i nostri corpi: è il corpo insegnante che entra nella aule, con il suo portato di timori e incertezze, come Leib (corpo vivo, cervello incarnato) e non come Körper (corpo meccanico, automa della ragione strumentale scolastica). Non siamo – non dovremmo essere – solamente trasmettitori di codici o di informazioni disincarnate.

Il tema non va derubricato come retorico o banale. Non voglio divagare, ma credo che il tema rappresenti il nucleo di ogni discussione sul futuro dell’insegnamento in epoca di intelligenza artificiale. Il nostro corpo che insegna è l’unica resistenza possibile, oggi, all’ondata di efficientismo imperante che la macchina (i dispositivi tecnologici, la dematerializzazione, l’anestetizzazione pervasiva dei corpi, etc.) veicola inesorabilmente.

Se togliamo i nostri corpi, cosa resta dell’insegnamento? Risposta: qualcosa – per cui non abbiamo ancora un nome – che potrebbe essere tranquillamente delegata in toto a un dispositivo artificiale o a un sistema di macchine automatiche. Ammesso che ciò già non stia accadendo, nelle stanze del potere.

Una volta che rinunciamo alla corporeità, alla sua opacità e al suo spessore (comprese dunque le emozioni, le possibilità di errori, le indecisioni, ma anche le capacità di invenzione e di relazione profonda con altri corpi); una volta rinunciato, per così dire, alla nostra qualità materiale e vitale, e alla sua capacità di resistenza, non vi sono ragioni per impedire la nostra sostituzione con protocolli educativi, magari affidati a robot, a ologrammi antropomorfi, a slide impersonali prefabbricate.

Se cancelliamo il corpo, allora la scuola perde drasticamente di senso e rischia di divenire un dispositivo totalmente programmabile e amministrabile, l’ennesimo tassello inscrivibile in quel processo di automazione integrale delle nostre vite, individuali e sociali, da lungo tempo in corso. La nostra scuola rischia di diventare un elemento, uno fra i tanti, nella trasformazione della società in una società automatica, per dirla con Bernard Stiegler.

Corpo docente, corpo insegnante

Quanto detto in merito al corpo, va declinato, per comprendere i problemi da cui ero partito, nel concetto di corpo-che-insegna. Cosa significa? Innanzitutto, bisognerebbe riprendere, dandogli nuova linfa, il concetto sovra-determinato di corpo docente, in quanto esso è un corpo allo stesso tempo individuale e collettivo. Bisognerebbe quindi fare leva sulle forti interrelazioni tra corpo docente e corpo insegnante (magari rileggendo alcune pagine di Jacques Derrida), svilupparle, analizzarle, cosa che non posso fare in questa sede. Rilevo in ogni caso come quella di corpo docente sia un’espressione che si utilizza sempre meno nel mainstream delle linee guide e nei documenti ufficiali ministeriali. E ciò non è per nulla casuale.

Non sappiamo dove stiamo andando; ma sappiamo, e percepiamo molto bene, dove ci troviamo, cioè qual è la nostra situazione storica: siamo oggi di fronte a un’urgenza senza precedenti, a un dramma indicibile. Siamo chiamati a rispondere e a esprimere un dissenso verso il massacro in corso e la violazione sistematica del diritto internazionale. Ciò indubitabilmente fa parte del nostro essere corpo docente: come possiamo noi insegnare, se mettiamo tra parentesi la nostra umanità? Il rischio che ciò accada esiste.

Non deve sorprendere allora che, in perfetta coerenza con l’esigenza del buon funzionamento della scuola nella sua dimensione formale di macchina astratta-burocratica-giuridica, a un collegio dei docenti, cioè a un corpo docente, sia impedito di esprimersi. Non può farlo, perché le norme lo impediscono? D’accordo. Ma questo è solo il punto iniziale del problema. C’è un nesso – io credo – tra questi diversi aspetti, che tendiamo a mantenere separati, e che forse fa comodo che restino divisi: il corpo, da una parte, la “tecnica della scuola” dall’altra; il sentimento (i corpi straziati dei bambini) da una parte, il “fare lezione” dall’altra…

Questo nesso esprime una contraddizione storica che va evidenziata, che va lasciata operare all’interno delle maglie dell’istituzione, insomma: una contraddizione che va lasciata esprimere. Nei fatti, materialmente, questa contraddizione si sta già esprimendo nella storia e nella società: nei nostri discorsi, nel nostro impegno, nel nostro engagement e nel nostro essere in situazione, conficcati nel qui e ora della storia, come avrebbe detto Jean-Paul Sartre.

Mi chiedo: cosa ne sarà dei nostri studenti quando, fra 2, 3 o 5 anni, si troveranno di fronte a un problema di presa di coscienza e soprattutto a una questione di responsabilità, magari simile a quella che oggi noi insegnanti affrontiamo? Di fronte a quanto sta accadendo e che potrebbe di nuovo accadere? Di fronte a qualche cosa che ci interpella, ci convoca in quanto occasione “senza precedenti”, in quanto “impensabile” (un genocidio, ad esempio) che chiama in giudizio “noi”, docenti, e l’intera società occidentale-borghese? Che senso potrà avere, a quel punto, avere insegnato ai nostri studenti a risolvere le equazioni di terzo grado, a tradurre Tacito o a conoscere le concause della Rivoluzione Francese, se poi volteranno la testa dall’altra parte? Del resto, qualcuno di loro potrà legittimamente sostenere: “anche i nostri docenti, quella volta, hanno voltato la testa dall’altra parte”…

Le nostre studentesse e i nostri studenti ci guardano, in silenzio, nella penombra delle nostre aule. Con gli occhi sbarrati, dai loro piccoli banchi, ci chiamano in causa, ci citano in giudizio. Forse si domandano, straniti, se noi, come corpo docente, stiamo agendo oppure siamo inerti spettatori della disumanizzazione del mondo.

Digressione (senza senso?)

Mi viene alla mente un film. Non so perché. Questo non sapere è importante: andrebbe preso in carico. Probabilmente è l’inconscio ottico o, forse, l’inconscio sociale, comunque qualcosa che mi destabilizza e manovra i miei (nostri?) pensieri involontari… Il film si intitola La zona di interesse. Lo conoscete: in una casa costruita a fianco del campo di concentramento di Auschwitz, una famiglia vive la sua vita serenamente: si può suonare il pianoforte la sera, leggere poesie al tramonto, ignorando l’orrore che ha luogo proprio accanto al muro di cinta, a due passi da noi.

Cioè a dire: sappiamo bene come stanno le cose, vediamo un massacro in corso quotidianamente sui media; purtuttavia andiamo avanti: lavoriamo, produciamo, insegniamo… Di nuovo, e daccapo: che ne è, qui, dell’umanità dell’uomo? Del mio (nostro) essere parte di un corpo, di un corpo docente, di un corpo insegnante che dovrebbe, prima di ogni cosa, essere un corpo che resiste? Che resiste e si oppone al processo di disumanizzazione in corso fuori e dentro di noi?

Mi rivolto, dunque siamo

A un certo punto, bisogna dire di no. È possibile – ma non lo sappiamo – che tutto quel che sta maturando in questi giorni nelle strade, nei luoghi di lavoro, dai porti alle università, costituisca il primo movimento di un dire di no.

Ma non si tratta di un no per distruggere, bensì di un no per costruire.

È il no di chi si ribella. Per riprendere Albert Camus, ne L’homme révolté (1951): “Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando […]”.

È il nostro corpo docente, corpo insegnante, che dovrà riorganizzare un “noi”. Un nuovo soggetto comune, capace di aprire nuove strade, nuovi percorsi verso l’ignoto, verso ciò che ancora non immaginiamo. Un soggetto in cui la resistenza parli e in cui la rivolta, non violenta ma decisa, nel suo spessore anche corporeo, sia un nuovo centro logico dell’agire: “In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”.

Per (non) concludere

Quello che è in gioco in questi passaggi, come può esserlo l’espressione di un collegio docenti, le posizioni sulla Leonardo spa, la discussione sul nostro “ruolo” nella kafkiana burocrazia dell’istituzione scolastica, non mi pare riducibile a una questione solamente tecnico-procedurale. Al contrario, si tratta di una questione, come scrivevo, che coinvolge la sfera emotiva, preverbale, il cuore, i nostri corpi: il nostro corpo docente. La corporeità precede le entità giuridiche. L’umanità come urgenza – dato lo stato di eccezione che la storia oggi ci presenta – precede l’astrazione giuridica e le dà forma. Non il contrario.

Perché non provare, dunque, a ripensare seriamente il concetto di corpo docente o di corpo insegnante? Un concetto che tiene assieme sia lo sforzo della nostra azione quotidiana e singolare, sia una dimensione comune, più ampia e più potente: il noi? Ma non un noi retorico, bensì un noi che continuamente si riforma, si mobilita, si rinnova in base alle circostanze storiche ed esistenziali che mutano.

I legami e le possibilità future di questo riferimento al corpo andranno tenute a mente ed esplorate ininterrottamente nei prossimi mesi.

Collegio docenti, corpo docente, corpo insegnante: in fondo, sono la stessa cosa. Devono esserlo. Nella misura in cui riusciremo a pensare questo, allora potremo immaginare non individualmente, ma in maniera comune, nuovi spazi espressivi, nuovi scenari. Scenari – forse – meno bloccati, meno frustranti, meno sterili.

Mi rivolto, dunque siamo.